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I giovani italiani restano a casa dei genitori molto più dei coetanei europei (chissà come mai)

Chiamatela scoperta dell'acqua calda o sindrome di Tanguy, fatto sta che uno studio racconta come gli Italiani under 30 facciano un botto di fatica a lasciare il nido
7 Ottobre 2025

Sui giovani d’oggi ci scatarro su“, cantava tanti anni fa un Manuel Agnelli lontano dalla ribalta televisiva. Ebbene, a noi sui giovani d’oggi piace far piovere studi e statistiche che li fanno passare un po’ come dei pirla, anche se loro malgrado. In Italia l’autonomia arriva tardi, lo dicono i dati Eurostat… ma dai?! I giovani, insomma, lasciano il nido di ma’ e pa’ sempre più in là: in media a 30,1 anni. Tanto per capire quanto siamo messi male, la media europea è ferma a 26 anni. Certo, non una novità, ma se prima si scherzava su una “pittoresca” abitudine degli Italiani mammoni, adesso la storia comincia a preoccupare seriamente economisti, demografi e sociologi.

I paragoni non aiutano

In Finlandia i ragazzi lasciano la casa dei genitori a 21,4 anni, in Danimarca a 21,7, in Svezia a 21,9 e in Norvegia a 22,7. Terranno spento il riscaldamento per farli scappare così presto?! Fatto sta che va appena un po’ peggio in Francia (23,5 anni) e Germania (23,9). Poi, ci sono i paesi più vicini alla media: in Repubblica Ceca il cordone ombelicale si recide a 25,8 anni, in Polonia a 26,7, in Ungheria a 27,1. Poi c’è l’Italia, di cui fanno peggio però – attenzione – the real European mammoni are Grecia, Croazia e Slovacchia, dove i ragazzi – nemmeno più tali – si schiodano da casa oltre i 31 anni.

Ma torniamo a parlare d’Italia, perché qua stiamo. I fattori del distacco sopra i 30 anni dipende soprattutto da due fattori: l’incertezza economica e la scarsa autonomia abitativa. Gli stipendi bassi, l’instabilità del lavoro e il costo elevato degli immobili rendono difficile, se non impossibile, trasferirsi in una casa propria. E in effetti basta farsi un giro su un sito di annunci per farsi venire la depressione… A fronte, peraltro, della quasi totale assenza di politiche pubbliche di sostegno, ad esempio sussidi per l’affitto, agevolazioni per studenti fuori sede o incentivi fiscali per chi va a vivere da solo.

In Francia, gli studenti universitari possono accedere a contributi mensili se vivono da soli: naturalmente dipendono dal reddito, dal tipo di alloggio e dalla zona. In Danimarca, invece, il sistema di welfare supporta l’indipendenza giovanile come passaggio fondamentale verso la “piena cittadinanza economica e sociale” (noi solo a leggerlo non capiamo nemmeno che cosa sia): in pratica tutti gli affittuari, non solo gli studenti, possono ricevere un contributo per i costi abitativi, mentre gli studenti possono contare su borse di studio e altri sussidi all’indipendenza.

Lavoro, bello sbatti

In Italia, poi, oltre alla casa c’è il problema del lavoro: L’età media per la laurea è di circa 27 anni e solo il 30% degli under 35 ha un titolo universitario. Quindi l’ingresso nel mercato del lavoro è ritardato e, gatto che si morde la coda, fino a quel momento diventa impossibile sostenere spese per affitto o mutuo. E qui si innesta l’altro grande tormentone italico: il calo demografico, perché se esci di casa tardi, metti su famiglia tardi, il tuo apparato riproduttivo è invecchiato e fai più fatica a fare figli. Proprio per non lasciare nemmeno un centimetro al romanticismo.

Quindi? Beh, gli esperti non ci girano tanto attorno: se non si fanno politiche mirate una cattiva abitudine rischia di diventare una “trappola generazionale”. Insomma, basta con il bonus elettrodomestici che tanto non abbiamo una casa dove metterli!

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