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Che figata è il film su Franco Battiato? La nostra recensione onesta dopo l’anteprima

Si intitola "Franco Battiato. Il lungo viaggio". Siamo arrivati con le stampelle e siamo usciti volando altissimo...
22 Gennaio 2026

Non ditelo a nessuno, ma “Franco Battiato. Il lungo viaggio” è un film imperdibile. Ed è anche un film su Milano, quindi siamo stati veramente gasati di essere invitati all’anteprima, che era piena di registi, musicisti, giornalisti, editori e chi più ne ha più ne metta. Gran pienone, insomma, alla sala del cinema Anteo che l’ha ospitata la mattina del 22 gennaio. E noi scommettiamo nel gran pienone anche al cinema il 2/3/4 febbraio, quando la pellicola arriverà nelle sale come evento speciale, prima di planare in tv, essendo una produzione Rai. Ma davvero, non ditelo a nessuno e correte in sala a farvi accarezzare e commuovere dalla storia di un uomo e di un musicista straordinario, che raramente ha perso la sua serafica pacatezza, anche con i più imbruttiti dei discografici.

Perché sì, la prima cosa che abbiamo scoperto andando al cinema a vedere il film di Renato De Maria è che ogni tanto, nella vita di Battiato, compariva un “uomo del fare” e dal tono di voce sempre al limite dello stridulo, curioso sì di ascoltare quale stravagante idea avesse avuto – di volta in volta – il musicista catanese, ma anche impaziente che lui quagliasse e avesse finalmente successo.

Uno di questi discografici, Bruno Tibaldi, era in sala e alla fine ha raccontato un aneddoto proprio su questo: “Io sono il discografico che ha firmato il contratto con Franco Battiato per la EMI e feci il primo disco con lui, L’era del cinghiale bianco” (che non era certo il primo per Battiato… ma adesso arriva il bello). “Mi telefonò più volte Angelo Carrara, il suo manager di quel momento, per segnalarmi che voleva presentarmi un musicista… Solo che non mi voleva dire il nome… E insomma alla fine saltò fuori che era Franco Battiato e io dissi: “No, cazzo! Cioè scusa, ma fa dei dischi che sono improponibili commercialmente parlando: Fetus, Pollution…” Ma proprio mentre dico così mi viene in mente che aveva fatto parte del disco per l’estate con una canzone che si chiamava “È l’amore”… una canzonetta, quindi mi dico: “Magari questo si riprende…”. Insomma, Angelo Carrara insistette tantissimo per un incontro, che avvenne nel mio ufficio di Roma. Carrara parlava, parlava… e Franco era seduto in un angolo, su un divano, zitto. Capito che Carrara non mi stava convincendo, Franco alzò un braccio e disse: “Posso dire una cosa anche io?”… Con quella sua voce, che lui parlava di merda… “Io da questo momento ho deciso di fare i soldi“. Disse proprio così, poi nel film abbiamo messo “fare successo” perché mi sembra sennò poco carino nei suoi confronti“.

Un biopic su Franco Battiato rischiava di essere un pateracchio e invece è uscito una figata anche grazie all’attore che lo interpreta: Dario Aita, palermitano per l’occasione perfettamente calato nella parlata catanese del musicista, soprattutto nel suo tono e nel suo timbro di voce. Quella che Tibaldi ha definito (affettuosamente) come avete letto, ma una voce che sapeva trasformarsi e soprattutto trasformare. Che cosa? Concetti astratti, ricerche metafisiche e trattati di filosofia in canzoni orecchiabili e ballabili. Perché se le vedi scritte “Bandiera bianca”, “Cuccuruccucù”, “Centro di gravità permanente” non ti sembra possibile, eppure sono diventate hit irresistibili. Così come “Per Elisa” con cui Alice vinse Sanremo nel 1981 e “Un’estate al mare” che consacrò Giuni Russo: canzoni scritte da Battiato insieme all’inseparabile maestro Giusto Pio in grado di piacere a tutti perché sono come un cannolo siciliano, con la ricotta che ti ammalia e ti stordisce e la crosta dura come la verità.

Io ve l’ho detto, comunque. Non ditelo a nessuno quant’è bello questo film, che poi magari vi prendono in giro e vi dicono che Battiato è roba da boomer. Voi però fatelo un salto al cinema e lasciatevi stupire per una volta. Che per imbruttirvi abbiamo un sacco di meme pronti e ci stiamo procurando il numero di Bruno Tibaldi, da oggi #unodinoi.

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