Milano, si sa, è veloce in tutto… Ma prendete la sparizione dei negozi di quartiere, ad esempio: quella corre come un tram che non trova passeggeri alle fermate, come tassista che si è fatto beccare fuori turno, come un’influencer alla parola “pandoro”. Non è un’impressione nostalgica, ma di un dato brutale e ufficiale: 824 attività in meno in dodici mesi, più di due serrande abbassate ogni giorno.
La colpa? Un mix esplosivo: affitti insostenibili, bollette salate e una crescente conversione dei locali in affitti brevi e B&B. Così, dove prima c’erano panetterie e cartolerie, ora ci trovi un letto, un bagnetto e un check-in digitale. Altro che “capitale del commercio”, il rischio è quello di non trovare nulla al di fuori di grandi brand e bed&breakfast… solo che non c’è nessuno a venderti le lenzuola per il bed e le brioche per il breakfast.
Un po’ di numeri, così capiamo
Secondo il Registro Imprese della Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi (dati riportati da Repubblica), tra marzo 2024 e marzo 2025 la città è passata da 47.598 a 46.774 negozi. Un bilancio impietoso, con un vero e proprio un fuggi-fuggi in alcuni settori e zone della città in cui sembra di passeggiare dentro una serie TV distopica: un negozio chiuso sì e quello dopo pure:
- Bar: –267
- Negozi d’abbigliamento: –96
- Edicole: –38
- Gioiellerie: –33
- Calzature/accessori: –33
- Ferramenta e affini: –32
- Panettieri: –26
- Cartolerie: –21
Mentre i negozi fisici lottano contro affitti da capogiro, l’economia digitale ringrazia. La dinamica è chiarissima: il bar sotto casa chiude, il ristorante si allarga e un pezzo di commercio passa definitivamente a internet.
- Commercio online: +240 attività
- Ristoranti: +91
- Negozi di libri, giochi, tappeti e articoli usati: +20
- Empori non alimentari: +17
Lino Stoppani, presidente Epam, descrive senza filtri la situazione: «Il modello tradizionale di bar fa fatica: da una parte c’è un caro-affitti legato alla valorizzazione delle unità immobiliari, dall’altro i costi energetici elevati tra riscaldamento e aria condizionata che hanno raggiunto livelli impensabili».
E aggiunge: «Molti gestori si stanno dotando di servizi di ristorazione per recuperare ricavi. Durante il Covid poi si sono sviluppati delivery e asporto e questo ha cambiato i modelli di consumo». Insomma: una lotta per la sopravvivenza quotidiana.
Vie laterali deserte e desertificazione commerciale
Le strade principali – quelle “buone” – resistono. Ma basta spostarsi di pochi metri per entrare in zone colpite da una vera e propria desertificazione. Gabriel Meghnagi, vicepresidente Confcommercio Milano, spiega: «Nelle vie laterali di corso Buenos Aires, di via Marghera e di corso XXII Marzo i negozi soffrono: molti spazi sono stati trasformati in bed and breakfast o in alloggi per affitti brevi, e questo ha tolto ossigeno al commercio di vicinato».
Poi la proposta, molto concreta: «Servirebbe una cedolare secca sui locali per ridurre i canoni e aiutare gli esercenti sotto una certa soglia di fatturato a restare aperti. Una vetrina chiusa è un danno per tutti». E come dargli torto? A forza di B&B, rischiamo di non avere più neanche un posto dove comprare un bullone.
Marco Zanardi, consigliere Fimaa MiLoMb, va giù duro: «Le vie commerciali hanno visto la chiusura di diverse attività, anche storiche, per l’impossibilità di rinnovare i contratti con canoni che sono estremamente elevati». E quindi, che si fa? Bisogna rendere attrattivi i quartieri colpiti dal fenomeno con il nome meno rassicurante della storia, “desertificazione commerciale”: «Servono progetti di migliore vivibilità, rendendoli attrattivi a chi vuole intraprendere iniziative commerciali. E l’esperienza della cedolare secca forse andrebbe riproposta se si vuole sbloccare almeno questa situazione».
Insomma, se nel ’66 Celentano cantava: “Là dove c’era l’erba ora c’è una città – ààààà…“, sessant’anni dopo i milanesi cantano “Là dove c’era un negozio ora c’è un B&B – iiiii!” E non è nostalgia: è statistica.









