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Sei anni fa il Covid ci chiudeva in casa: cosa ci ricordiamo di Milano durante il lockdown

Ricordiamo tutto di quello che è seguito al 9 marzo 2020, dal silenzio irreale di Milano in lockdown alla noncuranza con cui pensavamo che sarebbe durata giusto un paio di settimane.
9 Marzo 2026

So che non ci credete, ma sono già passati sei anni dal lockdown. Strano, eh? Il 9 marzo 2020 è una data che ha cambiato per sempre le nostre vite, e che ci ha mostrato Milano come non l’avevamo mai vista. Niente più traffico, niente più mezzi imballati, niente più negozi pieni fino a scoppiare. In pratica l’unico suono che scandiva le giornate fuori dalle mura di casa era quello delle sirene. È il giorno in cui abbiamo dovuto fare i conti con il COVID-19, con la retorica della “Milano che non si ferma”…see, come no. S’è bloccato tutto.

Ricordiamo tutto di quello che è seguito al 9 marzo 2020, dal silenzio irreale di Milano in lockdown alla noncuranza con cui pensavamo che sarebbe durata giusto un paio di settimane (ecco, non è andata esattamente così).  Oggi, a sei anni esatti da quel momento, facciamo un check di quello che ricordiamo e di quello che (si spera) abbiamo imparato.

Le file all’Esselunga e l’ossessione per il lievito

In un periodo in cui le uscite di casa erano centellinate, la necessità di fare la spesa si trasformava anche in una piccola valvola di sfogo, un modo per scandire giornate altrimenti tutte uguali fra loro. Anche se l’esperienza, comunque, non era esattamente piacevole tra code lunghissime, distanziamenti, e soprattutto la crescente difficoltà nel trovare gli alimenti necessari. Madò, vi ricordate?

Ma l’ossessione per il lievito di birra? Da prodotto di nicchia divenne un bene di necessità nel giro di poche settimane, come se davvero non potessimo fare altro che sfornare pizze h24. Assurdo. E adesso, perché le pizze e il pane non lo facciamo più?

Le autocertificazioni creative

Il foglio dell’autocertificazione era diventato un compagno inseparabile di ogni sortita fuori casa. Per chi ha la memoria corta, il documento serviva in sostanza a dichiarare i propri dati e il motivo per cui si era usciti dall’abitazione di riferimento. E così a un certo punto è diventata prassi averlo sempre con noi, non senza una certa dose di creatività pur di strappare qualche minuto per strada.

Lo smart working

Il Covid ha normalizzato quello che fino ad allora sembrava un’utopia in Italia, cioè il poter lavorare da casa. Aaah, lo smart working, quanto lo abbiamo amato. Questa misura, iniziata come provvedimento straordinario, 6 anni fa era l’unico modo effettivo per non restare con le mani in mano per chi lavorava in ufficio.

Per molti lo smart working era una novità, e come tale, per certi versi, straniante: l’infinita serie di call per risolvere anche il minore degli inconvenienti, il Wi-Fi sempre appeso a un filo, l’outfit buono solo nella parte sopra. Abbiamo scoperto che “si poteva fare”, ma molto presto la comodità di lavorare dal proprio soggiorno è stata soppiantata dal totale isolamento: e persino il collega che ti sfotteva, alla fine, era quasi diventato una mancanza.

Lo smart working ha però ribaltato completamente le nostre priorità, e non è un caso se oggi i giovani puntano moltissimo su lavori che offrano flessibilità e lavoro da casa. Il “tele lavoro” o “lavoro agile” ci ha fatto guadagnare qualità della vita, anche se ormai quasi tutte le aziende hanno deciso di farci tornare stabilmente in office. Peccato, in questo caso davvero non abbiamo imparato una sega.

I Navigli senza movida

La vera botta emotiva, per chi vive Milano, è stata vedere i Navigli vuoti e silenziosi. Ed è stato così che molti di noi hanno capito una cosa fondamentale che avevamo forse iniziato a dare per scontato: dietro ogni serranda abbassata c’era uno staff in attesa e una cassa chiusa. Abbiamo capito che il business è fragile, persino a Milano.

I balconi e l’illusione dell’“Andrà tutto bene”

Ci siamo messi a cantare l’Inno d’Italia dai balconi: pentole, chitarre, applausi alle 18. Una serie di momenti collettivi che oggi, con il cinismo che è tornato protagonista delle nostre giornate, fa quasi tenerezza. Eravamo spaventati ma insieme, e qualcuno magari ha anche rivalutato in positivo il vicino di casa con cui non aveva mai scambiato una parola. Di quel celebre cartello “Andrà tutto bene” oggi rimane giusto la testimonianza di un momento di sostegno reciproco, che è bello che dimenticato.

Quella bellissima scatola vuota

Sono passati 6 anni dal 9 marzo 2020: la pandemia è stata debellata, molte vite sono state salvate e Milano ha riacceso le luci. I bar sono tornati pieni, il traffico è tornato a dominare i nostri pensieri mattutini e così anche le lamentele su quanto sia complicato muoversi in questa città. 

Ripensare a quel giorno, però, fa ancora stranissimo: quella città ferma (era fermo tutto il mondo, chiaramente) non era la nostra Milano, e ci auguriamo di non vederla mai più in quelle condizioni. Ma se c’è una lezione che abbiamo imparato è quella che senza le persone, senza i locali aperti, senza tutto questo imprescindibile casino, Milano è solo una bellissima scatola vuota.



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