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Lo smart working riduce anche le emissioni di CO2, ma alle aziende non interessa

Chi lavora da casa risparmia tempo e fa bene all'ambiente. Se poi fattura anche...
12 Febbraio 2026

Per alcuni datori di lavoro, si sa, la parola “smartworking” è appena sopra le parole “sciopero” e “sindacato”. Qualcosa che sì, va bene, ce lo siamo fatti andare in pandemia bene 6 anni fa (!), però dai, adesso “tornate tutti in sede che fa bene al team”. Ma tranquilli, vi abbiamo trovato la giustifica meglio di quelle che avete sfoderato alle superiori per non farvi interrogare in matematica. Schiaritevi la voce e ripetete: “Lavorare da remoto fa bene all’ambiente. E pure parecchio“. Pausa. “Lo dice la Banca d’Italia”.

Ahhh, vi state godendo lo stupore misto a scazzo negli occhi della vostra capa?! Perfetto… E ora leggete bene i dati perché così li snocciolate per benino a chi ve li chiedesse incuriosit* durante una videocall.

Lo smart working è green

Lo studio si intitola L’impatto ambientale del lavoro da remoto: evidenze da un’indagine condotta in Banca d’Italia (roba serissima!) e parte con un dato facile e perfetto per sgranare gli occhioni. Una giornata di lavoro in presenza “costa” in media 4,1 chili di CO₂ equivalente; la stessa giornata passata a casa, tra Zoom, Teams, Meet e caffè in cucina, scende a 1,1 chili. Il conto è immediato: lo smart working pesa circa un quarto rispetto al pendolarismo tradizionale. Un taglio netto delle emissioni… Zac!

E dove li ha trovati Bankitalia tutti questi pendolari da intervistare? Semplice: nel 2023 ha fatto compilare un questionario ai suoi dipendenti: oltre 4.200 persone tra Roma, Frascati e 38 filiali sparse per l’Italia.

Da remoto ancora pochino

In Bankitalia si lavora da remoto mediamente otto giorni al mese: poco più di un terzo dei 22 giorni lavorativi. L’80% delle persone lavora da casa, il 17% si collega da altri posti (tipicamente seconde case), e il restante 3% si arrangia come può: esce a comprare le sigarette e… puff! Si ferma al bar a lavorare, forse. Insomma, il famoso lavoro ibrido esiste davvero ma è molto casereccio oltre che casalingo.

Questo significa una cosa chiara: il potenziale ambientale dello smart è ancora largamente inespresso. Un po’ come il vostro potenziale artistico. Con un po’ di coraggio in più si respirerebbe un clima decisamente diverso. Anche in ufficio.

Casa–ufficio = mini-viaggio

Il capitolo pendolarismo sembra scritto apposta per chi passa la vita in tangenziale. In media, i dipendenti Bankitalia percorrono 22 chilometri per andare al lavoro. A Roma sono circa 19, nelle filiali si sale a oltre 30. Insomma, con una botta di conti il tempo medio del viaggio è di 42 minuti a tratta. E chi è in telelavoro strutturato arriva tranquillamente a 78 chilometri per un’ora e mezza di viaggio: in pratica, quando gli chiedono di andare in sede vorrebbe scappare a Capoverde… e farebbe pure prima!

Auto e treno restano i mezzi più usati. Le macchine inquinano meno rispetto al passato (il 56% è Euro 6), ma le ibride sono solo il 14% e le elettriche appena il 3%. Dai, non si può avere tutto. Con calma arriveremo anche noi.

A casa si consuma meno

“Ok”, direte, “ma se sto a casa accendo il termosifone oppure il condizionatore, il computer, la luce…”

Vero. Bankitalia lo ha calcolato con precisione, insieme all’ENEA. Quegli 1,1 kg di CO₂ che produce la vostra giornata da remoto danno letteralmente i numeri: 63% riscaldamento, 29% raffrescamento, 8% pc e illuminazione.

In pratica, il grosso dell’impatto domestico viene dal comfort termico, non dalla tecnologia. Il portatile pesa pochissimo, il condizionatore così così, il termosifone molto di più.

Anche sommando tutto, come abbiamo visto, restiamo lontani anni luce dalle emissioni generate dallo spostamento quotidiano.

Niente fuga di massa

Contro lo smartworking c’era un timore diffuso: lavorando da remoto la gente si sarebbe trasferita lontano, avrebbe fatto più viaggi personali, annullando i benefici ambientali. Questo però non è successo: solo il 2% ha cambiato davvero residenza grazie allo smart working. Un 12% ci ha pensato… ma in ogni caso non emergono aumenti significativo degli spostamenti per motivi personali. No esodo rurale, no SUV per andare a fare smart working in collina.

Lo studio di Bankitalia racconta anche come vivono le persone quando lavorano da remoto. Il 72% condivide casa con altri, ma nel 70% dei casi lavora in una stanza separata. L’abitazione tipo è un appartamento in condominio anni ’60–’70, con caldaia a gas e termosifoni. Riscaldamento acceso in media quattro ore al giorno. Altro che loft iper-efficienti: lo smart working italiano vive ancora dentro il patrimonio edilizio del Novecento.

Meno 31,5% di emissioni in cinque anni

Tirando le somme, che a Bankitalia riesce benissimo, la ricerca ha calcolato che nel 2024 le emissioni complessive legate a lavoro e spostamenti sono diminuite del 31,5% rispetto al 2019. Fischia, quasi un terzo.

E c’è di più: il modello sviluppato può essere usato anche da altre aziende per stimare le proprie emissioni indirette (le famose Scope 3). Finalmente non il solito studio che diventa un triste pdf solitario dei vostri download: questo è una specie di kit di sopravvivenza climatica per le aziende.

Allora, capito il trick? Lavorare da remoto non salva il pianeta, ma aiuta parecchio: riduce il traffico, taglia la CO₂, non scatena migrazioni di massa in campagna. Ripetete come un mantra e la prossima volta che vi chiedono di tornare in ufficio… Taaac, snocciolate i numeri come olive all’aperitivo.

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