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Darren Aronofsky crea la prima serie fatta con l’AI, e parte la polemica

Immagini, scene, ambientazioni e volti sono generati con Veo 3, il modello video di Google. Gli attori non esistono.
12 Febbraio 2026

L’intelligenza artificiale nel cinema non è più “cosa del futuro”. È già qui, gira, monta e — a quanto pare — produce pure serie. L’ultimo caso che sta facendo discutere mezzo settore è quello del regista di Darren Aronofsky, che ha firmato un progetto realizzato interamente con l’IA di Google.

La serie si chiama “On This Day… 1776” e racconta la guerra d’indipendenza americana. Una vera produzione distribuita a episodi, già online, e destinata ad andare avanti per tutto il 2026. E qui partono le discussioni, belle tese. Favoriamo il trailer.

Una serie senza esseri umani

Il progetto nasce dalla collaborazione tra la società di produzione fondata da Aronofsky, Primordial Soup, e Google DeepMind, il reparto AI di Google. Gli episodi — cortometraggi di pochi minuti — sono pubblicati sul canale YouTube di Time.

La particolarità? Immagini, scene, ambientazioni e volti sono generati con Veo 3, il modello video di Google. Gli attori non esistono. Di umano restano le voci (attori professionisti del sindacato SAG), la colonna sonora e la supervisione creativa. Tutto il resto è macchina. Oddio, davvero ne stiamo parlando? Siamo già a questo punto del progresso? Pare di sì.

La resa visiva è volutamente realistica, ma molti spettatori la definiscono fredda, un filo rigida, con espressioni poco credibili. Effetto “quasi vero”, che per alcuni è affascinante e per altri inquietante.

Vai con le critiche

La stampa di settore non ci è andata leggera. Diverse testate hanno parlato apertamente di esperimento fallito o comunque prematuro. C’è chi ha definito la serie “spazzatura IA di fascia alta” e chi ha parlato di funerale simbolico del mestiere del filmmaker.

Anche online l’accoglienza è stata tiepida: il trailer ha raccolto più reazioni negative che entusiaste. Non proprio il classico lancio col tappeto rosso. Il punto critico è sempre lo stesso: se togli gli attori, cosa resta della recitazione? E se l’interpretazione sparisce, stiamo ancora parlando di cinema o di qualcos’altro?

Dal canto suo, Aronofsky difende la scelta. La sua posizione è chiara: il cinema si è sempre evoluto grazie alla tecnologia, dalle prime camere dei fratelli Lumière fino alla CGI. L’IA sarebbe solo lo step successivo. Siamo pronti? Mmm, non credo.

L’idea – per lui – non è sostituire la narrazione, ma esplorare nuovi strumenti. Almeno nelle intenzioni. Il problema è che qui non si parla di un filtro o di un effetto speciale: si parla di intere performance generate. E la differenza pesa.

Gli attori non l’hanno presa bene

Il tema non è solo artistico ma anche legale ed economico. Molti interpreti hanno già protestato contro l’uso dei modelli AI addestrati su volti, voci e performance senza compensi adeguati.

Diverse star di Hollywood hanno sostenuto campagne pubbliche contro l’uso non autorizzato della propria immagine. Altri si stanno muovendo registrando marchi e diritti legati al proprio volto digitale. Tradotto: prima che mi cloni, paghi.

La vera domanda — quella che interessa anche i produttori, guarda caso — è semplice: se posso generare scene, attori e set in meno tempo e con meno costi, quanti progetti futuri seguiranno questa strada? Per ora la serie di Aronofsky sembra più un laboratorio pubblico che un nuovo standard. Ma ha già centrato l’obiettivo principale: far parlare tutti.

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