In Lombardia sempre più laureati fanno le valigie, dicono “ciaone” e vanno a cercare fortuna all’estero. Nel 2024 sono stati oltre 11 mila quelli che hanno deciso di partire, mentre i rientri si fermano a 2.840. Un saldo pesantemente negativo, con 8.383 laureati in meno. Una vera e propria fuga di capitale umano che sta continuando a crescere. In sostanza qui rimangono solo i ciula, ma vabbè.
Il fenomeno non è nuovo eh, ma i numeri raccontano un trend sempre più galoppante. Nel 2015 i laureati della Lombardia emigrati all’estero erano poco più di 5.600. Nel 2020 erano diventati 6.493. Nel 2024 hanno superato quota 11 mila. E via così. I rientri invece non tengono il passo: erano circa 1.900 nel 2015, sono saliti a poco più di 3.200 nel 2020 e poi sono tornati a scendere a 2.840.
E quindi, sapete già come va a finire questa storia: sempre più giovani formati in Lombardia costruiscono la loro carriera fuori dall’Italia.
I dati sulla fuga dei laureati in Lombardia
La fotografia arriva dalla ricerca “Chi parte e chi arriva. Dinamiche migratorie tra Lombardia, Italia ed Europa”, realizzata dalle docenti dell’Università Cattolica Francesca Luppi e Giuliana La Mantia insieme all’associazione Per l’Italia con l’Europa (Pice). Lo studio è stato sviluppato per il Laboratorio di Statistica Applicata dell’Università Cattolica, diretto dal demografo Alessandro Rosina, e analizza i dati Istat più recenti sui flussi migratori.
La ricerca si inserisce nel progetto “Hey Milano, dove andiamo?”, una serie di incontri pubblici che prova a ragionare su come è cambiata Milano negli ultimi quindici anni e su che direzione potrebbe prendere in futuro. Come riportato da Repubblica, secondo Rosina il problema è strutturale.
«Siamo un Paese, Lombardia compresa, che soffre di una carenza di giovani ed è dentro un processo di forte degiovanimento», osserva. «La natalità è molto bassa e mentre la popolazione anziana cresce, quella in età lavorativa si riduce».
In teoria questo calo dovrebbe essere compensato da un rafforzamento qualitativo del capitale umano. In pratica però l’Italia resta indietro rispetto ad altri Paesi: ha meno laureati, offre meno supporto ai giovani e investe meno in innovazione, politiche abitative e lavoro qualificato.
Il risultato è che molti ragazzi, dopo la laurea, guardano direttamente oltre confine. E come dargli torto.
Chi parte: giovani e sempre più qualificati
Oggi tra chi lascia il Paese il livello di istruzione è sempre più alto. Il 71% degli espatriati ha un titolo di studio medio-alto e il 37% è laureato. Nel 2015 la quota era ferma al 28%. Anche l’età racconta molto del fenomeno. Nel 2024 il 58% di chi parte ha tra i 18 e i 39 anni. Gli under 25 rappresentano ormai il 10% dei laureati emigrati, più del doppio rispetto a dieci anni fa, quando erano appena il 4%.
La fascia più numerosa resta quella tra i 25 e i 39 anni, che da sola rappresenta il 67% degli espatriati con laurea. Fi*a!
Milano attrae ancora eh, ma perde residenti
Milano continua a tenere botta, e ad essere la provincia più attrattiva della Lombardia, ma qualcosa sta cambiando anche qui. Il saldo migratorio interno della città metropolitana è diventato negativo: circa due abitanti in meno ogni mille residenti, mentre nel 2019 era positivo (+3 per mille).
A guadagnarci sono invece province come Pavia, Monza e Brianza e Cremona, dove il costo della vita è più basso ma resta la vicinanza al mercato del lavoro milanese.
Il punto, spiegano i ricercatori, è che spesso le aspettative dei giovani si scontrano con la realtà del mercato del lavoro italiano. «Quando un giovane arriva in città e in regione ha aspettative alte ma poi si accorge che salari, possibilità di crescita e conciliazione tra vita e lavoro non sono all’altezza, allora guarda all’estero per fare quel salto di qualità», spiega il Rosina.
Nel 2024, dei 156 mila italiani laureati che hanno lasciato il Paese, uno su cinque proveniva proprio dalla Lombardia. «Questo perché è il territorio che forma il maggior numero di laureati», spiega Luppi. «Il problema è che poi non tornano».
Secondo la docente il sistema italiano fatica ad assorbire lavoro altamente qualificato come accade in altri Paesi europei. «Produciamo molti giovani qualificati ma non sempre nelle competenze richieste dal mercato, come ingegneria ed economia».
All’estero si guadagna mooolto di più
Tra le ragioni principali della fuga dei laureati ci sono stipendi più alti e migliori opportunità di carriera. «Chi lavora all’estero guadagna in media il 54% in più rispetto a chi resta in Italia», spiega Paolo Anselmi di Pice. «Dopo cinque anni la differenza può arrivare anche al 62%».
E poi c’è il tema del costo della vita. «A Milano il rapporto tra salari e costo della vita non è conveniente», conclude Anselmi. «C’è anche la percezione di un mercato del lavoro poco meritocratico». E quando un ragazzo o una ragazza capisce che altrove può guadagnare di più, crescere più velocemente e vivere meglio… chi caz*o glielo fa fare di restare qui?









