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bike-sharing

Maschio, 40enne con il pantalone del completo stirato a puntino, lo zaino tech e l’anello al dito più o meno in evidenza. A Milano gli amanti e utilizzatori del bike sharing non sono inguaribili hippie con a cuore la salvaguardia dell’habitat naturale dei Petauri dello zucchero e nemmeno studentelli poveri in canna, fitness addicted convinti e gente random che boh, passava di lì. Secondo un’indagine condotta nel periodo 2016-2017 dal dipartimento di Economia dell’Università Statale in collaborazione con Clear Channel, gestore di BikeMi, questo è l’identikit dell’abbonato medio.

Tramite un questionario somministrato a un campione di 25.668 persone, è emerso che si tratterebbe di uomini con un’elevata istruzione, tendenzialmente imprenditori sposati o impegnati in una convivenza, che integrano la biciclettata quotidiana all’utilizzo di altri mezzi di trasporto sostenibile (57%). Una sorta di automuniti pentiti a tutta salute e green economy.

Ciò che viene apprezzato dalla categoria emersa, in primis, sono policy, tariffe e servizio clienti contattabile senza particolari sbattimenti (cosa non affatto scontata!). Non mancano però le segnalazioni per  una maggiore manutenzione e un miglior controllo della presenza/assenza delle biciclette negli orari di punta del traffico cittadino in quelle considerate zone hot. A sorpresa, spunta tra le richieste, una cargo-bike munita di portapacchi da utilizzare per pesi che variano dalla semplice ventiquattrore alla spesa dell’ultimo minuto.

«Il dato importante che emerge è la forte integrazione del bike sharing con gli altri mezzi di trasposto pubblico: molti utenti utilizzano ad esempio la metropolitana e poi la bicicletta per l’ultimo miglio dalla destinazione e questo consente di spostare sempre più persone dall’uso dell’automobile» commenta così l’assessore Granelli, riferendosi anche ai nuovi servizi di bike sharing a flusso libero che stanno spopolando in città (e affollando i marciapiedi).

Ed ecco che così crolla l’ultimo baluardo di convinzione di tutti quelli che «a Milano ci si muove in macchina, feeega».

Credit immagine copertina


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