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L’apericena – o happy hour all’italiana, che dir si voglia – è senza alcun dubbio tra le supreme manifestazioni terrestri della Giargianità. Vorrei potermi vantare di non aver mai preso parte a una simile barbarie gastronomico-sociale, o di averla vista solo in qualche documentario di Alberto Angela sui riti ancestrali delle popolazioni primitive dei Navigli. Ma la verità è che sì, anche io sono stato uno studente universitario con la voglia di abbuffarmi a 10 euro sorseggiando un Long Island fatto male; e di tanto in tanto, negli anni a seguire, sono ricaduto nel vizio, portato sulla cattiva strada da quelle compagnie di Lucignoli da cui mia madre mi aveva sempre messo in guardia. “Non ti fidare di chi usa Prosecco e Spumante come sinonimi”, mi diceva amorevolmente. Mea culpa, mamma, avevi ragione. Eppure c’è un però.

E il però in questione è questa caspita di pandemia che nel giro di una manciata di mesi ha rivoluzionato le nostre abitudini, i nostri sentimenti, i nostri valori più profondi. Ecco allora che in una uggiosa giornata di semi-lockdown autunnale, con la pioggia fuori e la prospettiva di una serata davanti al Grande Fratello Vip, mi sono ritrovato a pensare: “Tutto sommato mi manca anche l’apericena”. Bestemmia? Sì, senza alcun dubbio. Eppure c’è qualche piccolo sprazzo di quella grezza, scanzonata atmosfera da giargiana che in questo momento di privazione semi-totale di svaghi appare come un qualcosa di magnifico. Ecco in particolare a cosa mi riferisco.

La spensieratezza dell’all-you-can-eat-ma-proprio-all

Oggi le cene con gli amici in totale comfort sono solo un ricordo lontano. Ma c’è stato un tempo – risalente al mesozoico del 2019 – in cui erano banalmente la prassi del sabato, e ancor prima del venerdì, e ancor prima del giovedì che per un certo periodo era diventato ufficialmente il nuovo venerdì. Organizzarle, però, non era cosa semplice: puntualmente c’era chi chiedeva pizza, chi niente carboidrati, chi voleva spendere poco, chi pretendeva di stare entro i 12 minuti di auto/mezzi da casa etc etc. Gli happy hour, in questo senso, erano una soluzione perfetta, ognuno poteva decidere liberamente, sul momento, che cosa e quanto mangiare. Punto, stop, sigla. Certo, proprio come la morte, anche l’apericena era una sorta di livella: faceva tutto sufficientemente schifo per non soddisfare pienamente nessuno. Una lezione di vita.

La piramide delle carote

Credo di non aver mai mangiato tanta verdura come ai tempi dell’apericena perenne. Già, perché ogni happy hour che si rispetti si è sempre aperto con una piramide azteca di bastoncini di carote, sedano e cetrioli, parte integrante di un fantomatico pinzimonio in cui l’olio non esisteva. O, nel caso, proveniva da una qualche friggitrice abusiva. Fatto sta che a una certa ora tutto ciò che di commestibile restava sul bancone del buffet erano solo loro, le verdurine crude: e allora non restava altro che convertirsi allo sgranocchiamento compulsivo, per la gioia del nutrizionista a cui no, non avremmo raccontato di quei tre cocktail a base di rum.

I quadratini di pizza

“È arrivata la pizza!”, si sentiva gridare a un certo punto dell’apericena da una qualche figura non meglio definita, con un’euforia paragonabile solo a quella con cui la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare annunciava la polenta. Tutti in coda, dunque, nella speranza di accaparrarsi i propri meritati quadratini di carboidrato con pomodoro e mozzarella. Quadratini che, per la cronaca, erano sempre tagliati malissimo, e diventavano via via privi di ogni forma di formaggio o condimento nell’arco di 180 secondi. La soddisfazione di riuscire a prenderne una decina da condividere con il proprio tavolo, però, era notevole.

Il flirt in coda

Tutti ammassati tra i salumi e il cous cous, tutti in coda armati di piattino, tovagliolino e forchettina. Una palla? Certo, che però di tanto in tanto regalava qualche fugace occasione di flirt. Perché tenere alzata la cloche delle penne al pesto o rinunciare volontariamente all’ultima manciata di patatine fritte poteva essere il segreto per avere in cambio un sorriso, un grazie, un “come ti chiami?”. La galanteria vera, insomma, ha sempre ripagato. Taaac.

Il “me lo fai assaggiare” e il “me lo prendi tu”

Ciò che manca di più in assoluto in questo momento di necessaria iper-prudenza collettiva è probabilmente il senso di condivisione. Di libera, felice, talvolta fastidiosamente onnipresente condivisione. Quella che portava il Giargiana di turno a romperti le palle per assaggiare quel misero triangolino di frittata conquistato dopo una lunga fila al buffet, e che lo spingeva a offrirti in cambio una cucchiaiata di fagioli e cipolle al grido di “Provali, sono buoni”. Un fastidio, sicuramente, come quello del “Me lo prendi tu?”, con cui ti veniva chiesto di far stare su un piattino di 15 centimetri di diametro tre cucchiaiate di insalata di riso, cinque crespelle, otto pezzi di focaccia, due schifosi peperoni, un etto e mezzo di crudo. Eppure oggi, con i posti a tavola distanziati di due metri e l’Amuchina messa lì tra il sale e il pepe, quel fastidio si riveste di nostalgia, di condivisione, di giargianesca spensieratezza. Anche se no, i peperoni degli happy hour schifosi erano e schifosi resteranno sempre.

Articolo scritto da Filippo Piva

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