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C’è chi ha chiesto la nascita di un sindacato per gli influencer: “Servono tutele, ora i diritti sono un privilegio”

Mafalda De Simone, 177mila follower su Instagram, ha lanciato la proposta nei giorni scorsi scatenando un vespaio di polemiche

Se pensate che un influencer passi le giornate a farsi foto e basta, bè…siete fuori strada. Si fanno foto, è vero. E parlano da soli allo schermo come dei pirla, deformandosi la faccia con filtri assurdi. Ma in realtà dietro c’è molto altro: gestione dei social, contratti di lavoro, eventi, creazione di contenuti. Poi, chiaro: ci sono gli influencer seri e ci sono i cazzari. Proprio per questo, secondo alcuni, è arrivato il momento di mettere in piedi un vero e proprio sindacato per gli influencer.

Proposta giusta o cazzata? Ai posteri social l’ardua sentenza. Mafalda De Simone, influencer campana di 25 anni con oltre 177mila follower, ha parlato di questa idea a Mattino 5. “Questo è un Paese che si indigna se una ragazza o un ragazzo fanno soldi con i social in modo pulito, ma si esalta se Chiara Ferragni, l’esempio di tutti gli influencer, entra nel Consiglio d’Amministrazione di Tod’s e fa volare il titolo in borsa”.

“Parliamo tanto di Generazione Z o Millennials, parliamo di lavoro che non c’è e poi si grida allo scandalo se una persona lavora e fattura in modo onesto”. L’osservazione, da questo punto di vista, non fa una piega. La De Simone ha poi voluto lanciare un appello ai vertici di Cgil, Cisl e Uil: “Gli influencer, almeno quelli di un certo livello, sono un popolo di partite Iva. Siamo il mestiere del futuro, come lo streamer che si connette su Twich, il corriere di Amazon o il rider che consegna il cibo a domicilio. Siamo dei lavoratori atipici e in Italia ci sono già sindacati che difendono tali figure”.

“Certo, sono maestranze che operano in settori tradizionali. Ma attaccare una richiesta di tutela, alla vigilia del primo maggio, festa dei lavoratori, la ritengo un’offesa a me e ai tanti giovani che guadagnano con i social” ha detto, riferendosi a chi ha criticato la sua proposta. “Raccontiamo una storia, facciamo intrattenimento, creiamo empatia con chi ci vede. Ho ricevuto molte proposte per creare una sigla autonoma. Io mi auguro di ricevere un segnale da Cgil, Cisl o Uil per dare davvero peso a questa mia iniziativa”.

Comunque non è un’idea campata per aria, la sua. Mafalda si ispira al modello statunitense: gli amici americani dal 2020 hanno adottato l’AIC (American Influencer Council) e il TCU (The Creator Union), che regolano tutti gli aspetti economici del mestiere di influencer, controllando i contratti e garantendo un trattamento paritario alle star del web. Anche nello stesso settore, però, c’è chi non vede di buon occhio l’idea di un sindacato per influencer. Tasnim Ali, l’influencer con il velo che su TikTok vanta 307mila follower, ha dichiarato che “La proposta di un sindacato può venire in aiuto di chi ha meno follower, e magari si trova a navigare in questo mondo senza un’agenzia. Ma mettere insieme a livello associativo le diverse realtà è complicato, perché chi ha 60mila follower non vale per le aziende quanto chi ne ha un milione”. Che si fa, quindi? Sindacati over e sindacati under 1 milione di follower?

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