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Auanaghena inglisc, in inglese tarocco gli italiani non li batte nessuno

Il Financial Times scopre l'acqua hot. Gli italiani trattano l'inglese come la plasticine e sparano parole a caso o inventate di sana pianta

Regaz, ci hanno sgamati: anche al Financial Times si sono accorti che in inglese bariamo alla grande. Un articolo del serissimo quotidiano british, che intervista anche una prof. italiana di linguistica, Licia Corbolante, parte dalla mitica Prisencolinensinaiciusol di Adriano Celentano e arriva fino a boomerata. “L’infatuazione degli italiani per l’inglese è iniziata nella Seconda guerra mondiale, quando le truppe statunitensi hanno liberato il Paese dai fascisti” scrivono i friends del FT, paraculandoci palesemente. “Tuttavia – prosegue l’articolo, riportato anche da Il Sole 24 Ore – poiché le scuole privilegiavano le lingue classiche, come il latino e il greco antico, pochi in quelle generazioni svilupparono la conoscenza dell’inglese. Eppure, la lingua ha avuto un importante effetto di richiamo“. Come sottolinea la Corbolante, l’inglese fa figo. “Se si usa l’inglese, si trasmette modernità, feschezza, progresso tecnologico e, in un certo senso, status”. E chi meglio dei milanesi può saperlo? La Corbolante comunque rassicura che quello dell’italiano è soltanto “dinamismo linguistico” perché la nostra è una lingua vitale. La prof e il FT, però, si sono dimenticati di citare una serie di perle che allora ci permettiamo noi di mettere in light.

Una su tutti: il Maxibon e ovviamente la sua pubblicità tv. Già “maxi”, come parolina, deriva dal latino ma noi siamo andati a ripescarla dall’inglese. Nel bel gelatone della Motta ci abbiamo aggiunto anche un pezzo di francese, così anche Totò e Peppino, dal Paradiso, erano contenti con il loro Noio vulevon savuar. E poi lo spot estivo per eccellenza: quel “Ciù gust is mei che uan” che sulle labbra di uno sbarbato Stefano Accorsi è diventato l’icona dell’inglese farlocco e dei Lumaconi da bar, che Fellini trent’anni prima aveva già chiamato Vitelloni.

Ma se dici anni Ottanta non puoi non pensare ai Vanzina e al loro Yuppies, che per tutti noi è stato iuppi, con buona pace della pronuncia originale. E poi l’apoteosi: il Paninaro di Enzo Baschi al Drive-In, i cui monologhi erano in grado di mettere in fila imbarazzanti palpescion, in de camporel, appannescion e de guardons… Dear Financial Times, qui non si è mai scherzato nothing, come vedi.

E poi sì, prova a farti un giro in un office a Milano senza briffare, beggiare, schedulare, fare smart e andare in call almeno due volte al giorno… ti mandano subito a fare team building con il coach: zitti e buoni come i Maneskin e senza nemmeno l’outfit di Gucci. Insomma, FT, pollegg! Noi nell’arte del pressappoco siamo i numeri uno: cominciamo very young a fare a boxe col passato remoto e il congiuntivo e da lì è tutto un up and down. Finché non ci facciamo uno shottino al bar e ci ritroviamo in boxer a cantare “Feim, Ai uanna liv forever”. Bye Bye!

Autore: Daniela Faggion

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