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“All’azienda non frega nulla del mio benessere”: a dirlo sono più di 6 dipendenti su 10

Il Rapporto Censis-Eudaimon ci dice che gli italiani non sono contenti di come vengono trattati dalla loro azienda: insoddisfatti soprattutto operai e impiegati

Che sensazione avete, voi, rispetto alla vostra azienda? Ritenete che abbiano a cuore il vostro benessere psicofisico o che – al contrario – non gliene freghi una sega? Chiediamo, per capire come collocarvi rispetto ai dati del 7° Rapporto Censis-Eudaimon, secondo il quale il 61,7% dei lavoratori dichiara che l’azienda in cui lavora non è attenta al benessere psicofisico dei propri dipendenti.

Non una bella cosa.

Entrando più nel dettaglio, a sostenere questa tesi sono il 62,3% degli impiegati, il 68,4% degli operai e il 39,2% dei dirigenti. Le cose cambiano quando si fa riferimento a categorie specifiche di lavoratori più vulnerabili. In questo caso reputano adeguata l’attenzione aziendale il 61,5% degli occupati in relazione alle esigenze di chi ha figli, il 71% a quelle delle donne che rientrano dalla maternità, il 62,9% alle esigenze delle persone con salute fragile. Dai, va detto che sono percentuali buone eh, anche se va segnalato che tra le donne occupate sono sistematicamente più alte, rispetto ai maschi, le quote di insoddisfatte dell’attenzione aziendale per chi ha figli, per le lavoratrici che rientrano dalla maternità e per le persone con salute fragile.

Insomma, le donne sono più scontente di come vengono trattate, ma chissà perché questa cosa non ci sorprende granché.

Il 52,4% valuta positivamente l’attenzione aziendale alle condizioni basiche dei lavoratori, a cominciare dalla sicurezza, ma le donne esprimono un giudizio un po’ meno positivo. Poi vabbè, ovviamente c’è una clamorosa diversità di valutazione tra dirigenti e quadri da un lato e impiegati e operai dall’altro. Infatti, mentre i primi valutano come adeguata l’attenzione aziendale alle problematiche ed esigenze di persone con figli, donne al rientro dalla maternità e persone con salute fragile (e grazie al caz*o), i secondi sono molto meno positivi nei giudizi.

“Il welfare aziendale ha la caratteristica forse unica di permettere al datore di lavoro di intervenire in maniera mirata in base alla tipologia di popolazione presente in azienda – il commento alla situa di Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, prima Società a occuparsi di Welfare in Italia – Inoltre, sempre nel rispetto della omogeneità delle categorie di lavoratori, l’azienda può fornire soluzioni mirate e risposte reali ai bisogni dei propri dipendenti a prescindere dai tradizionali inquadramenti aziendali. Questo vale anche in materia di salute e benessere dove sono davvero molte le opzioni per supportare i dipendenti: formazione, educazione, identificazione del bisogno, impostazione di un corretto work-life balance, accesso alla prevenzione e/o al supporto specialistico sono tutti ambiti in cui l’azienda può intervenire grazie al welfare”.

Un aiuto alle imprese arriva, come detto, dal welfare aziendale e sono gli stessi lavoratori ad apprezzarlo visto che secondo il Rapporto Censis-Eudaimon l’84% degli occupati dichiara che nella propria azienda sarebbe importante introdurre o potenziarlo. Ci sono anche aziende molto avanti che introducono la figura del welfare coach, che sarebbe un consulente con il compito di individuare le soluzioni migliori per rispondere alle esigenze dei lavoratori. Molto utile.

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