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Finalmente dal 2026 sarà obbligatorio indicare lo stipendio negli annunci di lavoro: fine del mistero (e dell’ipocrisia)

Ci voleva tanto? Evidentemente sì, visto che in Italia succede solo in un annuncio su cinque.
16 Ottobre 2025

Alla fine ce l’abbiamo fatta, dai. Dal 2026 entrerà ufficialmente in vigore la normativa europea sulla trasparenza salariale, che obbligherà le aziende a dichiarare la retribuzione negli annunci di lavoro. Ci voleva tanto? Evidentemente sì, visto che in Italia succede solo in un annuncio su cinque. E, incredibile ma vero, non siamo nemmeno i peggiori: riusciamo a battere pure i tedeschi, che di solito sono i secchioni d’Europa.

La direttiva europea sulla parità salariale e sulla trasparenza retributiva, approvata dal Parlamento Europeo nel marzo 2023, adesso è entrata nella fase di implementazione negli Stati membri. Con l’avvicinarsi del 2026, le aziende europee devono mettere in atto un bel cambiamento: indicare la RAL negli annunci di lavoro.

Perché è un passo importante

Dietro questa novità non c’è solo la questione del “cercare il miglior candidato al minor prezzo”, trattando la forza lavoro come i muffin del discount. Il problema è più profondo: un’economia che arranca, obiettivi aziendali fuori scala, settori in crisi e una certa difficoltà – in parte reale – nel capire quanto vale davvero un candidato. Diciamocelo: chi non si è mai trovato davanti al curriculum di un totale incapace? E chi non ha pensato, almeno una volta, “questo prende più di me”?

Poi, va detto, noi italiani coi soldi abbiamo un rapporto complicato (tranquilli, ci riferiamo a chi vive fuori dalla circonvalla.) Siamo un popolo che ama farsi i fatti degli altri, ma appena si parla di stipendio, cala il silenzio come se si stesse bestemmiando in Duomo. Senza arrivare agli eccessi degli americani — che ti chiedono quanto guadagni prima ancora di dirti “ciao” — il nostro pudore retributivo ci ha fatto più male che bene. È come se avessimo sviluppato una sindrome di Stoccolma aziendale: ci sembra di dover essere grati al datore di lavoro solo perché “ci paga”.

A rafforzare questo delirio ci hanno pensato pure i vari guru del work-life balance, che su LinkedIn ci vendono la favola del lavoro come “percorso spirituale verso l’autorealizzazione”. In realtà, dietro a tutto questo benessere da open space, la domanda vera resta una sola:

“Chi sarebbe disposto a pugnalare un collega per 300 euro in più (lordi) al mese?”

Per carità: bello l’ufficio con palestra, pub, lavanderia, cucina, terrazza e magari pure la sauna. Ma era chiaro il trucco: compensare la mancanza di grana con i benefit e rendere l’ufficio così accogliente da farti dimenticare che stai lì dentro dodici ore al giorno. Tanto, a casa, ti aspettano 50 metri quadri a Lorenteggio e una bolletta che fa piangere anche il portafoglio del CFO.

Nessuno rimpiange gli uffici fantozziani, ma onore a chi ha capito che i soldi vengono prima di tutto. Perché alla fine la speranza è che questa nuova legge ci liberi da annunci deliranti tipo “cerchiamo stagista con dieci anni di esperienza” o “manager con passato da Presidente della Repubblica”.

Avrà effetti positivi sulle retribuzioni? Chissà. Ma di sicuro rivoluzionerà le chiacchiere alla macchinetta del caffè. Basta parlare del meteo o del Milan: ora si potrà discutere degli stipendi veri, fare due conti in tasca ai colleghi e finalmente dare un senso a quel liquame bollente che beviamo ogni giorno. Un brindisi alla trasparenza, e che sia l’inizio di un’Italia un po’ meno ipocrita e un po’ più meritocratica.

Autore: Francesco Cellini

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