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Il nuovo trend del lavoro? Il microshifting: smartwork e un sacco di pause

Un po' si lavora, un po' si vive. Ecco come smontare il monoblocco lavorativo
11 Novembre 2025

Se ne facciano una ragione i manager bauscia che si pensano come pastori di un gregge anziché come leader di un manipolo di eroi contemporanei: il lavoro non è più quello della catena di montaggio. Altro che 9-17, caffè delle 11 e pausa pranzo alle 13, oggi va di moda il microshifting (micro che?!?! vi mancava un nuovo anglicismo, eh…): quella pratica per cui si frammenta la giornata lavorativa in mini-slot flessibili e a misura di essere umano. Si lavora a piccole dosi, dunque, e si vive meglio. Mixando smartworking e buon senso, il microshifting permette di infilare una corsetta tra due call, rispondere alle email prima del caffè e magari fare la spesa prima che il supermercato si trasformi in Hunger Games.

Cos’è, in pratica?

Diciamolo in italiano (wow!): microshifting = micro turni. Invece di gestire il tempo in corposi blocchi rigidi delimitati da strisciate di badge, si lavora per obiettivi… primo fra tutti: lavorare meglio. Così si può iniziare presto, prendersi una pausa lunga, riprendere ne primo pomeriggio e magari chiudere il portatile dopo cena. Il segreto? Organizzazione e flessibilità. E, ovviamente, una connessione Wi-Fi decente anche fuori dall’ufficio.

Esempi dalla vita vera

Perché stare in coda all’ora di punta quando la prima cosa che abbiamo in agenda è smistare la posta e possiamo farlo anche da casa? Ecco allora che si può uscire quando c’è meno traffico per strada e meno calca sui mezzi e si può entrare in ufficio con il sorriso, anziché tirati come gli elastici per l’allenamento. Dopo un paio d’ore di concentrazione e una riunione davvero necessaria in presenza, si stacca per fare due passi o per fare una commissione. Poi si torna operativi, magari dal divano o da un coworking, senza dover tornare in ufficio. Il lavoro è sempre lì, ma non per forza tutto in fila.

Questo approccio non riduce gli impegni, ma permette di distribuirli meglio, soprattutto per chi gioca su più fronti: lavoro, famiglia, benessere e un pizzico di vita sociale. E magari ti consente anche di andare a prendere i figli alle 16.30 e di non vederli solo alle 20, quando sono isterici e a un passo dal tracollo. Il microshifting aiuta a ricaricare le energie durante la giornata ed evita che il lavoro ti travolga e ti lasci steso sul divano, con lo sguardo perso fra il vuoto e lo scroll.

Non solo Gen Z

Certo, il microshifting sembra fatto apposta per i Gen Z, cresciuti tra schermi, multitasking e mille lavoretti, ma anche Millennials e Gen X possono adattarsi in fretta: devono solo abbandonare l’idea che lavorare significhi stare seduti in ufficio per 8 ore, anche quando si potrebbe essere produttivi in 5 con le pause giuste.

La flessibilità può essere un alleato prezioso per chi gestisce anche la logistica domestica. Le donne, spesso abituate (costrette) a incastrare mille robe, possono trovare nel microshifting un alleato per evitare il burnout e ritagliarsi spazi per sé. Anche se – va detto – il rischio di dover fare tutto, sempre e comunque, resta dietro l’angolo.

Anche le aziende ci guadagnano

Meno rigidità non significa meno produttività, anzi. L’idea che “se ti vedo al computer, allora stai lavorando” è più figlia del controllo che dell’efficienza… visto che tutti abbiamo sperimentato l’ebbrezza dell’imbosco davanti allo schermo, con i social aperti fra un Excel e l’altro.

Le ricerche lo confermano: la motivazione nasce dall’autonomia, non dalla presenza fisica. E i risultati si vedono quando le persone stanno bene, non quando timbrano per dovere.

In un mondo dove tutto accade contemporaneamente e la concentrazione va a braccetto con le notifiche, serve un nuovo modello. Non più linearità, ma flessibilità. E anche un po’ di intelligenza emotiva: conoscere i propri limiti, ascoltarsi e capire come distribuire al meglio energie e priorità. Sì, anche al lavoro. Poi certo, quante speranze ci sono che questo modello venga adottato dalle aziende italiane? Ahahahahaha.

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