Sedici ore su Instagram in un giorno non sono necessariamente una dipendenza. L’hanno detto davvero. E non un pirla a caso, ma l’ha detto – in tribunale – il CEO di Instagram.
Succede tutto a Los Angeles, dove è appena partito quello che molti stanno già definendo uno dei processi più importanti mai intentati contro le Big Tech. Sul banco degli imputati ci sono Meta e Alphabet — cioè le società dietro Instagram, Facebook e YouTube — accusate di aver progettato piattaforme capaci di creare meccanismi di dipendenza soprattutto nei più giovani.
TikTok e Snapchat? Fuori dal processo: hanno già trovato un accordo prima di arrivare davanti al giudice. Instagram invece no. E quindi a parlare è stato direttamente Adam Mosseri, CEO del social dove tutti entriamo per guardare due storie e usciamo tre ore dopo sapendo cosa ha mangiato gente che non vediamo dal 2014.
Il caso da cui parte tutto
La causa nasce dalla denuncia di una giovane donna americana, identificata come Kaley GM, che sostiene di essere diventata dipendente dai social quando era ancora minorenne.
Secondo l’accusa, l’uso intensivo delle piattaforme avrebbe contribuito a peggiorare la sua salute mentale, alimentando depressione e pensieri suicidi. Il punto centrale del processo è semplice — almeno sulla carta: i social sono solo strumenti oppure sono progettati per tenerti incollato il più possibile? Domanda non esattamente nuova, ma stavolta discussa davanti a una corte.
“La dipendenza è soggettiva”
Chiamato a testimoniare, Mosseri ha riconosciuto che Instagram dovrebbe fare tutto il possibile per garantire la sicurezza degli utenti. Fin qui, protocollo standard.
Poi però arriva la parte interessante. Secondo il CEO, bisogna distinguere tra dipendenza clinica e uso problematico, perché il numero di ore trascorse online non sarebbe automaticamente indicativo di una dipendenza.
Quando l’avvocato della donna gli ha fatto notare che la cliente aveva passato anche 16 ore consecutive su Instagram, Mosseri ha risposto che sì, può sembrare un uso problematico… ma senza definirlo dipendenza. E ha aggiunto — più volte — di non essere un esperto di dipendenze. Il che, detto mentre si guida una delle app più progettate per trattenere l’attenzione umana sulla Terra, suona quantomeno curioso.
Nel frattempo, gli studi scientifici…
Perché mentre in aula si discute di definizioni, la ricerca scientifica racconta qualcosa di leggermente diverso. Secondo il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti, bambini e adolescenti che superano le tre ore al giorno sui social hanno un rischio doppio di sviluppare ansia e depressione. Tre ore. Non sedici. Giusto per dare un ordine di grandezza.
Durante l’udienza, l’avvocato dell’accusa ha dichiarato di aver visionato documenti interni che dimostrerebbero come alcune piattaforme siano state progettate intenzionalmente per stimolare i meccanismi di ricompensa del cervello — quelli che spingono a tornare continuamente sull’app.
La difesa di Meta ha invece sostenuto che i problemi di salute mentale della denunciante sarebbero legati anche a fattori personali e familiari, indipendenti dall’uso dei social. Insomma: responsabilità tecnologica contro responsabilità individuale. Tema gigantesco.
Cosa può cambiare davvero
Il processo durerà circa sei settimane e potrebbe stabilire un precedente enorme: capire cioè se le piattaforme digitali possano essere ritenute legalmente responsabili degli effetti sulla salute mentale degli utenti.
Se arrivasse una condanna, non sarebbe solo una multa. Potrebbe aprire la porta a decine di cause simili in tutto il mondo, dove le Big Tech sono già finite sotto accusa per presunti effetti negativi sugli adolescenti e, in alcuni casi, anche per tragedie ben più gravi.
Nel frattempo, fuori dal tribunale, milioni di persone continuano a fare quello che fanno ogni giorno: aprire Instagram “solo cinque minuti”. E chiuderlo quando ormai è notte. O forse — secondo qualcuno — semplicemente uso problematico.









