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Dopo il mobbing, lo straining: quando al lavoro ti “sfiniscono” lentamente

Se al lavoro non volano paduli ma strane dinamiche per tenerti fuori dai giochi, probabilmente non è paranoia...
24 Marzo 2026

Lo straining è il nuovo mobbing. Ma cosa significa?

Non ti urlano contro. Non ti insultano. Non ti sbattono la porta in faccia. Apparentemente va tutto bene. Ma al lavoro succede qualcosa, che all’altezza dello stomaco ti procura come una leggera gastrite pronta a trasformarsi in un’ulcera. Non ti hanno chiamato alla riunione di mercoledì sul progetto che stai seguendo e tu ti sei ripetuto con calma che “Sarà una dimenticanza”. Mmm. Però non ti chiamano neanche alla call successiva. Ehm. Ed ecco che un giorno il progetto su cui lavoravi da mesi passa improvvisamente a un/a collega.

Nessuna polemica, nessuna accusa contro di te… ma nemmeno una spiegazione. Le tue attività si riducono, le tue responsabilità evaporano, le email che prima non ti davano tregua adesso ti fanno pensare che il wifi non funzioni. E invece al tuo collega arrivano in continuazione. Mah.

Questa cosa ha un nome tecnico e non è paranoia: si chiama straining.

Cos’è lo straining

La versione elegante del mobbing, che in certi ambienti proprio non sta bene, non si fa. Lo straining è diverso, discreto, lavora per sottrazione, non per umiliazione: nessuna scenata, nessun litigio, nessuno sbrocco plateale. Però qualcosa produce: il tuo lento, inesorabile e metodico spostamento verso la periferia dell’ufficio, quasi di fianco all’attaccapanni. Un po’ come la Rossa che pian piano, mentre scrolli il cellulare, da Duomo ti scarica a Rho Fiera. Nel nulla.

Tu continui a pensare di essere in tempo per scendere a Cordusio o Cairoli, ma il dubbio ti si insinua sotto pelle e comincia a segnarti, come la goccia che rimbalza sul cervello nella tortura cinese. È solo una goccia, ma ti porta alla follia. L’autostima finisce sotto i tacchi, sempre più bassi; il sonno diventa leggero e agitato, quindi la mattina sei uno straccio; l’ansia anima le tue relazioni coi colleghi, che all’improvviso ti guardano in modo diverso dal solito.

Il fenomeno è stato studiato in Italia dallo psicologo del lavoro Harald Ege, tra i primi a occuparsi di mobbing. Straining si potrebbe tradurre come “sfinimento“, perché indica una forma di stress lavorativo indotto in maniera nascosta: il tuo ruolo non viene attaccato, bensì svuotato. E mentre il mobbing prevede azioni ripetute e persecutorie, lo straining si accontenta di un solo episodio: un demansionamento col sorriso, l’isolamento da un team, la perdita improvvisa di responsabilità. Da lì parte il logorio o, più praticamente, ansia, depressione, disturbi del sonno, somatizzazioni.

Anche se il nome suona nuovo, questo tipo di persecuzione al lavoro è già riconosciuto da diverse sentenze della giurisprudenza, anche perché pare che questo straining flirti benissimo con le nuove modalità di lavoro: organizzazioni ibride, smart working, chat, call, sarcaz… In teoria, dovrebbero semplificare la vita. In pratica, hanno reso l’esclusione a portata di clic.

Non ti invitano a una call.
Sparisci da una catena di email.
Fine.

Se ignorarti alla macchinetta del caffè poteva essere imbarazzante e anche poco fine, dimenticare di metterti in una chat… beh, non serve nemmeno dirtelo. Lo scoprirai. E quella scoperta sarà ancora più velenosa. Non a caso straining fa rima anche con quiet firing, il licenziamento silenzioso. Nessuno te lo dice ma te lo fanno capire benissimo: “Non servi a nessuno, ca**o rimani?”. E tu, che ovviamente non ne puoi più, te ne vai.

Cosa fare in caso di straining

Se anche tu sei lì lì per dare loro questa soddisfazione, siediti un momento e ascolta quello che la psicologia del lavoro dice da decenni: ambiguità e conflitto di ruolo generano stress, insoddisfazione e calo delle performance. Se il perimetro del tuo lavoro diventa improvvisamente opaco o peggiora senza spiegazioni, non sei tu che non capisci più nulla di geometria. E non sei nemmeno ipersensibile. Ti stanno fregando. Il perché? Può anche non esserci. A volte, anzi, sono gli elementi più brillanti a essere messi in disparte perché, implicitamente, evidenziano la mediocrità degli altri, soprattutto dei capi.

Quindi, nel dubbio, invece di andartene, ecco due dritte. Prima di tutte: rendi esplicito ciò che accade. Non fare finta di niente: chiedi spiegazioni. Per iscritto. Due righe di un’email non pesano nella casella del tuo capo, ma possono pesare in un’aula di tribunale. Poi: chiedi criteri di valutazione chiari e uguali per tutti. Lo so, ti sembra scontato, ma dovrebbe esserlo anche la correttezza e invece qui ti stanno fregando.

E se la situazione non cambia? Ca**i loro, non tuoi. Non ti stai arrendendo, ti stai solo salvando. Ma cerca di farlo dopo avegli reso indietro qualche sbatti.

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