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Editorial
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Come sta andando la seconda quarantena?”


Così.
La notte prima del secondo lockdown lombardo, ho sognato di perdere l’olfatto e il gusto.
La sensazione al mio risveglio era di aver sognato per 10 ore. E questo potrebbe pure essere vero, se si considera che di solito dormo 13/14 ore. Le conseguenze del sogno sono ancora qui con me.
Ieri mattina c’ho pensato tutto il tempo, con una paranoia sempre più crescente.
Ecco, ho fatto un sogno premonitore.
Ora succederà qualcosa di terribile.
Come quella volta che ho sognato di volare e il giorno dopo un piccione mi ha cacato in testa.
Per 6 ore non ho pensato ad altro.
Alla fine, sono riuscita a controllare l’ondata d’ansia solo con l’illuminazione della consapevolezza: qualcosa di terribile era già successo.
Al di là dell’evidente emergenza che stiamo vivendo, la cosa a cui mi riferisco è il mio stato d’animo descrivibile come un Vajont emotivo.
Non riesco più a reggere nulla, ho bisogno di lasciarmi andare allo sconforto.
Mi sono resa conto che a differenza della prima quarantena, ora non ho un orizzonte temporale.
Forse per incoscienza, o perché era tutto nuovo, il lockdown di marzo mi è sembrato molto più leggero, emotivamente parlando.
O forse è solo il contraccolpo di trovarmi a pensare (DI NUOVO) a cose tipo:
e se non si tornasse più alla normalità?
Se da oggi in poi non ci saranno più le stagioni ,ma fase1, fase 2, zona rossa, zona gialla, izquierda, derecha…?
E se prendo altri 4 kg?
E se mi tocca stare le ore su Zoom con i miei amici?

Insomma, verso fine ottobre sono stata investita da un tornado di malumore e pensieri negativi che continuavo a scacciare al grido di “Ripigliati! Dai che ce la fai!”.
Il conflitto tra la voglia di mettermi in pigiama a fare un autoisolamento fino al 2024 e il dovermi auto-motivare manco fossi un life coach, si è risolta con un’esplosione di tristezza e vaffanculo.
Ho iniziato a concedermi di essere triste, demotivata o semplicemente incazzata per quello che sta succedendo.
Me lo merito. Posso essere triste e va bene.
Perché nessuno sa come andrà, perché ci siamo tutti dentro, perché nessuno sa come gestirlo.
E forse non c’è un modo giusto di gestire una condizione straordinaria come questa.
Ho deciso che va bene sentirsi una merda quando, per la seconda volta in meno di un anno, la tua casa diventa un bunker.
Ho deciso di smettere di sentirmi in colpa perché: “Ehi campionessa, a marzo eri partita bene con la panificazione, lo yoga, le parole crociate, la maratona di film ecc ecc. e adesso cosa fai, piangi?”
Sì, cazzo. Sì, piango e voglio che mi sia concesso.
Perché credo che il danno peggiore non sia lasciarsi andare ogni tanto e accettare di non essere sempre dei guerrieri, ma il non concederselo mai.
Il malessere è nel colpevolizzarsi perché c’è qualcuno, da qualche parte, che sta sicuramente peggio di noi.
Se durante il primo lockdown sono riuscita, anche grazie a un complessissimo sistema di leve e droghe leggere, a mantenere un contegno emotivo, ora ho capito che non ne ho più la forza.
E va bene.
Forse ciò che potrebbe insegnarci tutto questo periodo è a fare i conti con noi stessi, a comprenderci meglio, a scusarci quando serve e a spronarci quando ne abbiamo bisogno. Perché c’è sempre un punto in cui facciamo il giro di boa e semplicemente continuiamo a sopravvivere (il come è da vedere, ma questa è un’altra fattura da pagare al terapista).


Disclaimer:
Sono una persona fortuna, durante questo periodo nessuna delle persone a me care è stata fisicamente male, il mio lavoro non ha subito un grosso rallentamento, vivo in una casa spaziosa.
Eppure, sono qui a fare i conti con un malessere generale che mi toglie le certezze e la volontà di fare programmi.
A 33 anni, in questo preciso momento, non ho voglia né sono in grado di pianificare ciò che farò da qui a una settimana, mese, anno.
Il massimo che riesco a decidere è che pigiama mettere e che gelato ordinare.
Che senso ha fare dei piani, se la nostra vita sarà un dentro e fuori dalla quarantena?
Per la prima volta da quando vivo a Milano – e sono 14 anni – sto pensando seriamente di lasciarla.
È un pensiero pieno di malinconia ma che non posso censurare, che devo assolutamente prendere in considerazione.
Perché so che la vita che mi sono costruita finora è fondata su presupposti che adesso non esistono più e pensare di continuare a viverla esattamente come prima, mi sembra un modo fallimentare di sfidare la legge di Darwin.
Anche su questo punto ho deciso di non mettermi ulteriori pressioni.
Cioè già stiamo vivendo questa puntata orrenda e lunghissima di Black Mirror, direi che possiamo tutti concederci degli enormi sconti, senza l’ansia di dover pianificare la nostra vita da qui a 15 anni.


Quindi, l’unica cosa che ho capito essermi davvero d’aiuto sono i passi piccolissimi, che non pretendono di fare cose incredibili (che tra l’altro non facevo manco quando l’unico isolamento conosciuto era quello termico).
Che poi, pure essere tristi liberandosi del peso del senso di colpa, sono già 10 passi.


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Il Milanese Imbruttito