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Voglio sposare me stesso: la sologamia adesso è possibile (con tanto di certificato)

La sologamia è una pratica che esiste in Giappone da decenni, ed è fondata su una filosofia intimista volta alla cura del sé e del proprio benessere interiore

Forse non lo avete mai sentito prima, ma preparatevi perché il termine Sologamia inizierà ad entrare nel linguaggio comune, fino a diventare (chissà, un giorno) una cerimonia ufficiale e magari riconosciuta. Sì perché la sologamia è l’atto di sposare se stessi. Lo sappiamo, già state pensando ad una giargianata che avrà breve vita: eppure la sologamia è una pratica che esiste in Giappone da decenni, ed è fondata su una filosofia intimista volta alla cura del sé e del proprio benessere interioreself-wedding, molto richiesti soprattutto dalle donne. Recentemente, la sologamia è arrivata anche in Italia attraverso l’arte.

L’artista vicentina Elena Ketra ha ideato la performance digitale Sologamy, esposta fino a pochi giorni fa al Museo Madre di Napoli. Nella sezione dedicata all’arte contemporanea chiamata Agorà Expo era stata allestita un’area per il progetto: chi ha voluto provare l’emozione di sposarsi con se stesso lo ha potuto fare inserendo i propri dati grazie ad uno schermo touchscreen, “in virtù dell’arte e dell’amore”, tanto da ricevere poi un certificato per attestare il proprio matrimonio sologamico. Il doc è stato poi firmato dall’artista. Dai, funny.

Non preoccupatevi, se ci tenete al certificato potete farlo ancora sul sito di Sologamy cliccando su “Sposati ora” e compilando quello che c’è da compilare. Poi le promesse:

– Prometti che ti amerai e che ti prenderai cura di te

– Prometti che non permetterai a nessuno di ferirti o farti del male

– Prometti che ti batterai sempre per difendere le tue idee e la tua libertà

– Prometti che ti basterai e che non ti lascerai mai solo

Ed ecco il nostro certificato, tanto per farvi capire.

sologamia.jpg

“Imparare ad amare se stessi è necessario per poter amare in modo libero ogni altro essere umano. – ha spiegato Elena Ketra – È l’affermazione della propria indipendenza affettiva, la presa di coscienza di sé e delle proprie capacità, forza e bellezza, al di là di diktat estetici, sociali e sessuali uniformanti. L’inclusione sociale parte prima di tutto da noi stessə”. Oh, comunque, come dicevamo, la sologamia non è nata ieri. In Occidente si racconta che il primo caso sia avvenuto negli Stati Uniti nel 1993, quando una certa Linda Baker per festeggiare il suo quarantesimo compleanno decise di sposare sé stessa, come atto di amore profondo per la propria persona. Avvengono poi altri casi nel mondo, ma non richiamano l’attenzione, sono episodi unici e sporadici. Approda poi – in sordina – sul grande schermo nel 2003 in un episodio di Sex and the City, quando Carrie Bradshaw annuncia che si sarebbe sposata con sé stessa (in realtà chi ha visto la puntata sa bene perché l’ha fatto, il motivo era un po’ più materiale).

E arriviamo ai giorni nostri, diversi sono stati i matrimoni sologamici soprattutto all’estero, uno su tutti ha fatto il giro del mondo quello di Kshama Bindu, la ventiquattrenne di Vadodara entrata nella storia dell’India per aver rotto un tabù, affermando che la scelta di sposare se stessa è stata dettata per condurre: “uno stile di vita che mi aiuti a crescere e fiorire nella persona più viva, bella e profondamente felice che possa immaginare”. Ok ok, può sembrare davvero una giargianata, però pensateci. Quante persone conoscete che vivono in una relazione tossica? Sbagliata? Che vi verrebbe da dire “Ma mollatevi, cazzo ci fate insieme?”. O magari: “Ma perché accetti di stare in una storia del genere?”. Oddio raga, basta pure solo guardare Temptation Island. E allora, non è forse meglio fare un lavoro sulla relazione di rispetto e amore con se stessi, prima di tutto? Oh, pensateci e fateci sapere.

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