Lontani i tempi in cui una ragazza sola veniva chiamata “zitella“, passato di moda anche il termine “single“, che pure dava allo status un’aura di intraprendenza. Adesso le ragazze che scelgono di non avere un fidanzato si definiscono “boysober”, prendendo il concetto di sobrietà dal mondo di coloro che si disintossicano da sostanze.
Chi sono le ragazze boysober?
Fino a non molto tempo fa essere fidanzata era un traguardo sociale. La vita amorosa di una ragazza etero funzionava più o meno così: trovavi qualcuno, lo raccontavi alle amiche, postavi sui social la foto insieme (possibilmente con dedica sdolcinata) e così erano tutti avvertiti. Poi sono arrivate le app di dating, niente più foto sui social (per non farsi sgamare) e forse qualche uscita di troppo… ed ecco che nel giro di qualche aggiornamento di app si è insinuata una nuova tendenza: nessuna coppia da esibire, nessun appuntamento da organizzare, il trend è essere libere e boysober.
La parola nasce da una battuta, diventata virale su TikTok, firmata dalla comica e creator Hope Woodard, che un giorno ha annunciato pubblicamente la sua decisione di “disintossicarsi” dagli appuntamenti. Nessun ragazzo, nessun flirt, nessuna app di dating: una sorta di anno sabbatico sentimentale. Meglio: un periodo di sobrietà dai ragazzi, esattamente come si smette di bere, fumare e assumere zuccheri. Sembrava una provocazione qualunque… e invece Rete e social ci si sono infilati come un topolino nel formaggio, trattando il neologismo come se fosse la definizione perfetta per quello che molte ragazze stavano già mettendo in pratica: mettere in pausa l’amore e riappropriarsi di sé stesse.
Sui social, in particolare su TikTok, il termine è diventato virale alla velocità della luce. Sotto l’hashtag #boysober si trovano confessioni esilaranti, racconti serissimi, piccoli sfoghi, testimonianze di ragazze che hanno deciso di scollegarsi dal grande circolo (vizioso) del dating. Alcune parlano di “pace mentale”, altre di “liberazione”, altre ancora sono decisamente più esplicite e dicono di non poterne più “di swipe e ghosting”. In comune sembrano avere tutte l’impressione che, nell’era delle app, il romanticismo si sia trasformato in un lavoro non pagato, un po’ come il “lavoro ombra” di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: un tempo-lavoro di chat, attese, indecisioni, contatti che evaporano dopo tre messaggi e situazioni sentimentali indefinite, che durano più del previsto e meno del desiderato.
C’è chi l’ha presa molto sul serio e ci ha tenuto a puntualizzare che essere “boysober” non ha nulla di ideologico: non significa disprezzare i ragazzi, bensì disinnescare un automatismo. Decidere che la ricerca di un partner non è più il centro della propria vita, che l’autostima non passa necessariamente dal “chi frequento” e che forse — udite udite — prendersi del tempo da sole non è “da sfigate”, ma un segno di salute mentale. Per le nuove generazioni il partner non sembra affatto una conquista, ma quasi come un potenziale rischio di dipendenza emotiva. Non a caso circola la frase: “Quando ho un partner, perdo me stessa”. E, visto il tono dei video, non sembra proprio una metafora.
Molto più di un trend
Il fenomeno arriva in un momento storico in cui i modelli tradizionali di coppia si stanno sgretolando, senza essere ancora stati sostituiti da qualcosa di stabile. Non ci sono più ruoli definiti, non ci sono più aspettative chiare, non c’è più un percorso di relazione prestabilito. C’è la fluidità, certo, ma c’è anche molta confusione: un limbo affettivo in cui tutto è possibile e niente è garantito. Le storie finiscono prima ancora di iniziare e il mercato del dating appare inflazionato come una bolla immobiliare, quindi la scelta di tirarsi indietro per un po’ non sembra poi così assurda.
Nemmeno il tempo di scoprire il fenomeno, che c’è già chi teme che “boysober” rischi di trasformarsi in un’etichetta da social più trendy che autentica, che diventi insomma l’ennesima posa digitale da esibire. Altri osservano che l’eccessiva concentrazione su se stessi può diventare una scusa elegante per evitare la complessità delle relazioni, che — sì — a volte sono faticose, ma sono anche una parte fondamentale dell’esperienza umana. E qualcuno nota che, per quanto ironico, il concetto di “sobrietà” applicato ai rapporti possa lasciare intendere una visione un po’ estrema, come se l’amore fosse una sostanza nociva da eliminare dal proprio metabolismo.
Resta il fatto che il trend “boysober” racconta una verità culturale interessante: la Gen Z non ha paura di dire che sta male, non ha timore di fermarsi, non si vergogna di ammettere di essere stanca. L’amore non è più una gara da vincere, né una medaglia da esibire: è un’opzione, non un obbligo. E se è vero che il fenomeno potrà anche dissolversi con la stessa rapidità con cui è apparso, è altrettanto vero che la sua comparsa dice molto su come stanno cambiando le relazioni.
Forse il cuore della questione è tutto qui: non è un rifiuto dell’amore, ma un tentativo di rimettersi al centro. Un modo ironico — e molto contemporaneo — di dire: “Ho bisogno di ritrovarmi. Dopo, forse, vedremo”. Se questa pausa sarà solo una fase o se diventerà invece uno stile di vita, lo capiranno col tempo. Per ora, la sobrietà sentimentale è la loro rivoluzione gentile.









