Car* Gen Alfa, mettiamo subito in chiaro una cosa. Il corsivo non è quell’insopportabile modo di parlare inventato qualche anno fa da tale Elisa Esposito per imitare la parlata un po’ cantilenata delle milanesi snob. Se qualcuno ne sentisse la mancanza, può cercarla su IG, TikTok e OnlyFans, ma le sue foto sembrano più una lezione di anatomia che di grammatica e “corsivio”, “cörsivoe” o come m****ia di scrive.
Il corsivo è uno state of mind: quella forma di scrittura a mano inclinata e fluida che per secoli e secoli e secoli ha accompagnato la nostra capacità di fissare i pensieri sulla carta e fustigare gli studenti a scuola, specialmente i mancini. Eppure, per quanto le maestre e i maestri italiani si siano impegnati, pare che oggi si debba temere per la sopravvivenza stessa del corsivo, tanto che è stata indetta una raccolta firme per candidarlo a patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO. Proprio com’è stato per la cucina italiana.
In un mondo in cui tastiere, schermi touch e comunicazione via chat sono diventati la norma, la scrittura manuale in corsivo rischia di diventare una “competenza marginale” (come dicono quelli bravi): qualcosa per quelle vecchie cariatidi che – come me – hanno ancora il gusto di tracciare lettere sinuose su fogli di carta, fosse anche solo per mandare a quel paese il fidanzato. L’anticristo del digitale, insomma.
L’UNESCO ci pensa
L’UNESCO, organismo delle Nazioni Unite che già tutela patrimoni culturali di rilevanza globale, ha quindi avviato un progetto di salvaguardia che non considera il corsivo come una reliquia, bensì come una “pratica antropologica radicata nella storia delle società umane“. Una sfilza di paroloni per dire che – essendoci da un bel po’ di tempo ed essendo peraltro utilissimo per tenere in forma il cervello – forse varrebbe la pena conservarlo.
Il punto è che il corsivo non è solo un modo di scrivere: è un modo di “pensare con la mano”. Prima dell’avvento massiccio dei dispositivi digitali, nei programmi scolastici d’ogni ordine e grado la cosiddetta “bella scrittura” aveva un ruolo preciso, quasi sacro. Se scrivevi con le zampe di gallina era un problema e anche se avevi scritto un poema prendevi un votaccio perché non si capiva.
Oggi invece, con la “riconfigurazione degli spazi di apprendimento” (leggi: “introduzione di un sacco di roba che non serve a niente e genitori pronti a difendere i figli anche quando scrivono come formiche impazzite”) e l’uso quasi esclusivo di tastiere e touchpad, quell’insegnamento è diventato marginale, se non del tutto assente in molte classi. Scrivi di merda? Pazienza… tanto userai il computer… Solo che se cresci senza l’abitudine a scrivere in corsivo non solo chi ti legge non ti capisce, ma perdi anche la “psicomotricità fine” che molti studi considerano fondamentale per strutturare le abilità cognitive integrate di lettura e scrittura. Insomma: digitare “ciao” con due pollici non è proprio la stessa cosa di disegnare con cura quella c che si allunga in un filo continuo fino alla o conclusiva.
Ma per fortuna che c’è il Riccardo e anche l’UNESCO che, da un lato, vuole ridare al corsivo un posto di rilievo nei percorsi educativi: non per nostalgia, che siamo imbruttiti e non abbiamo tempo, bensì come pratica da affiancare consapevolmente agli strumenti digitali, con l’obiettivo di salvare una competenza che ha implicazioni cognitive reali. In più c’è uno scopo storico e documentale: migliaia di manoscritti, archivi, lettere private e testi d’epoca sono scritti in corsivo e rappresentano una memoria culturale che rischia di diventare inaccessibile se non si mantiene viva la capacità di leggerla e comprenderla.
In Italia la mobilitazione prende forma con una raccolta firme — tieni il link — a sostegno della candidatura del corsivo come patrimonio immateriale dell’umanità. La spinta arriva da istituti e associazioni specializzate nello studio della grafia, e sul piano istituzionale si lavora addirittura a proposte di legge per promuovere la celebrazione annuale della scrittura manuale o l’istituzione di una Settimana della Scrittura Manuale. Insomma, penna e computer devono continuare a convivere, almeno fino a quando non verremo definitivamente surclassati da cyborg e intelligenze artificiali e potremo serenamente tornare sugli alberi come scimmie.
Quindi, se avete iniziando a leggere questo articolo pensando: “ecco, la solita iniziativa del menga”, speriamo abbiate cambiato idea e siate pronti a difendere ogni biro, stilografica e matita presenti sulla faccia della terra, così da conservare ben saldo quel ponte tra testa, cuore e carta che sembra spesso traballare e che potrebbe invece tornarvi utile.









