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Mattel lancia la prima Barbie autistica, tra inclusione e polemiche

Mattel ha realizzato il progetto con il supporto di un'associazione di persone neurodivergenti, ma i commenti non sono tutti positivi...
13 Gennaio 2026

Niente da fare. Barbie può provare in tutti i modi a essere il role model dei sogni ma c’è sempre qualcuno pronto a dire che no, non è abbastanza inclusiva. Accade anche in questi giorni con il lancio della prima Barbie autistica. Sapendo di muoversi su un terreno a dir poco scivoloso, Mattel ha cercato di fare tutto per benino, progettando la nuova bambola con la consulenza diretta della comunità statunitense di persone con autismo. Eppure, a poche ore dalla presentazione del progetto, ecco piovere un coro di critiche anche dalle famiglie delle persone con autismo. E anche dall’Italia. Ma andiamo con ordine.

La prima Barbie autistica

Dal 1959, anno della prima Barbie, al 2019 non sono esistite bambole con malattie o disabilità. Ovviamente la cosa strideva un po’ con il fatto che invece c’erano Barbie di diverse razze e professioni, quindi il colosso dei giocattoli ci ha messo una pezza e oggi produce Barbie con il bastone per non vedenti, Barbie in sedia a rotelle, Barbie con sindrome di Down, Barbie con protesi, Barbie con apparecchi acustici e Barbie con diabete di tipo 1. Anche Ken – per par condicio – ha un modello in cui ha una gamba protesica, un altro che utilizza la sedia a rotelle con rampa e uno con apparecchi acustici.

Certo, l’autismo è un’altra storia, perché è un disturbo del neurosviluppo con uno spettro (si chiama proprio così) di sfumature e manifestazioni, soprattutto nel comportamento. Quindi va da sé che una bambola – che da sola non si “comporta” ma viene animata dalla voce e delle intenzioni di chi ci gioca – non possa rappresentare tutto lo spettro autistico. Ma almeno provarci sì, come a dire: “Ehi, nel mondo c’è anche questo e può essere tuo amico“. Così, per offrire una rappresentazione accurata di almeno alcuni modi in cui le persone nello spettro possono vivere, il progetto è stato sviluppato in oltre 18 mesi in collaborazione con l’Autistic Self Advocacy Network (ASAN).

«Ogni bambino merita di potersi riconoscere in Barbie», ha detto alla stampa Jamie Cygielman, responsabile globale delle bambole di Mattel, spiegando che il design è stato definito insieme a consulenti autistici proprio per evitare una rappresentazione puramente simbolica e così la nuova Barbie integra elementi pensati per richiamare alcune esperienze comuni a una parte delle persone nello spettro. Ha gomiti e polsi articolati, per consentire i movimenti ripetitivi delle mani, e uno sguardo leggermente decentrato, pensato per evocare la difficoltà, in alcuni casi, di sostenere il contatto visivo diretto. Nella confezione sono inclusi accessori legati alla regolazione sensoriale e alla comunicazione: cuffie antirumore, un fidget spinner e un tablet ispirato ai dispositivi usati per la comunicazione aumentativa e alternativa.

Anche l’abbigliamento è stato concepito in chiave “sensory-friendly”: un vestito ampio, per ridurre il contatto tra tessuto e pelle, e scarpe basse, che privilegiano stabilità e comodità. Durante la fase di sviluppo, il team ha discusso a lungo se optare per abiti aderenti o larghi, tenendo conto delle diverse sensibilità tattili presenti nello spettro. Per ASAN, la bambola rappresenta un passo importante sul piano simbolico: il direttore esecutivo Colin Killick ha parlato alla stampa di un’immagine «autentica e gioiosa» della comunità autistica e di uno strumento che può aiutare i più piccoli a familiarizzare con la neurodiversità. In occasione del lancio, inoltre, Mattel ha coinvolto attivisti e creativi autistici in una campagna video e ha annunciato la donazione di oltre mille Barbie autistiche a ospedali pediatrici statunitensi con servizi specializzati.

Non mancano le perplessità

Nonostante le buone intenzioni, però, il lancio ha suscitato reazioni contrastanti. Una parte del mondo associativo ha accolto positivamente l’attenzione rivolta all’autismo. Margareth Martino, vicepresidente dell’associazione ScopriAMO l’autismo, ha definito l’iniziativa «un’idea interessante e ben strutturata» e trova che possa favorire informazione e sensibilizzazione, pur senza poter rappresentare la complessità delle difficoltà quotidiane vissute dalle famiglie.

Sulla stessa linea prudente si colloca Nico Acampora, fondatore di PizzAut, che ha detto alla stampa che «è sempre positivo quando si parla di autismo», ricordando però che «non tutte le persone autistiche hanno le stesse caratteristiche e non si deve mai generalizzare». Acampora ha riconosciuto valore alla scelta di includere strumenti come il tablet per la CAA, poco conosciuta in Italia, vedendo nella bambola anche un potenziale veicolo di divulgazione.

Accanto a questi apprezzamenti, sono arrivate però anche le mazzate. Il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti, padre di un ragazzo autistico, ha parlato di un’operazione che «edulcora la realtà e congela gli stereotipi». «Rappresentare l’autismo attraverso questa pupattola con gli occhi strabici, con il tablet in mano e la trottolina nell’altra per insegnarlo ai bambini mi sembra assolutamente ridicolo», ha detto alla stampa. Secondo Nicoletti, un simile modello rischia di offrire «un’immagine finta, sorridente», che nasconde gli aspetti più duri della disabilità e sposta l’inclusione dal piano della vita quotidiana a quello del marketing.

Critiche analoghe sono arrivate anche da associazioni e gruppi italiani. Stefania Stellino, presidente della sezione Lazio dell’Angsa, ha parlato di una «chimera» che condensa in un’unica bambola tratti che appartengono a persone molto diverse tra loro. «Ho due figli con questa disabilità: uno evita lo sguardo, l’altra comunica moltissimo con gli occhi. Capite quanto sia fuorviante fissare un modello», ha detto alla stampa. Anche Martino, pur apprezzando l’attenzione sul tema, ha ribadito che «l’autismo non si può sintetizzare in una bambola».

Da una parte, quindi, Mattel rivendica un lavoro di ascolto e l’obiettivo di rendere visibili strumenti e bisogni spesso ignorati. Dall’altro, molte famiglie e persone autistiche temono che un oggetto commerciale finisca per semplificare una realtà complessa. E noi che ne pensiamo? Beh, sempre meglio provarci che mollare il colpo a priori. Certo non saranno le Barbie autistiche a fare la differenza nel budget che incassa Mattel dalla vendita delle sue bambole, ma se almeno qualche bambino si sarà fatto due domande sul perché quel giocattolo è fatto in quel modo potrebbe essere sempre un passo avanti rispetto a rincoglionirsi davanti allo schermo dello smartphone.

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