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Licenziato per aver preso 1,60 euro alla macchinetta del caffè: l’azienda deve pagare 18 mensilità

Mentre il tecnico sta caricando la macchinetta, un operaio apre il cassettino delle monete e prende 1,60 euro. Peccato che un collega lo veda...
16 Gennaio 2026

Un euro e sessanta centesimi. È questa la cifra per cui un operaio è stato licenziato in tronco e per cui, qualche mese dopo, la sua azienda si è ritrovata a dover pagare 18 mensilità di stipendio.

La storia è vera, documentata e messa nero su bianco in una sentenza del Tribunale di Brescia e adesso ve la spieghiamo bene perché merita.

Il “fattaccio” davanti al distributore automatico

Succede a Brescia, fine giugno 2024. Siamo nell’atrio di un’azienda metalmeccanica: timbratrice, distributore automatico e clima da pausa caffè. Il protagonista è un operaio metalmeccanico di terzo livello, con 14 anni di anzianità e una carriera senza macchie.

Mentre il tecnico sta caricando la macchinetta, l’operaio apre il cassettino delle monete e prende 1,60 euro. Resto del caffè bevuto il giorno prima e mai erogato, a suo dire.

Peccato che un collega assista alla scena, non la prenda benissimo e lo segnali immediatamente. Fiiiiiga che spione!!!

“Ho chiesto il permesso”

Arriva la responsabile del personale. Chiede spiegazioni. L’operaio si difende così: dice di aver chiesto il permesso al manutentore e di aver interpretato il suo silenzio come un consenso.

Il tecnico però nega tutto. Dice di non aver mai autorizzato il prelievo. La discussione degenera: volano parole grosse, urla, uno spintone. Le monetine vengono restituite, ma ormai il clima è rovente. Quello che nasce come un litigio da pausa caffè diventa un casus belli.

Dal caffè al licenziamento per giusta causa

Un mese dopo arriva la mazzata: licenziamento per giusta causa. Dopo quasi tre lustri nella stessa azienda, l’operaio si ritrova senza lavoro. Motivo ufficiale: comportamento grave, minacce, appropriazione indebita e rottura del rapporto di fiducia.

Il lavoratore non ci sta e si rivolge a un avvocato. Chiede al Tribunale di Brescia o la reintegrazione o, in alternativa, un risarcimento compreso tra 12 e 24 mensilità.

Il caso finisce davanti alla giudice Natalia Pala, che ascolta tutte le parti e analizza i fatti. La decisione è netta: il rapporto di lavoro viene dichiarato risolto, ma l’azienda viene condannata a pagare 18 mensilità al dipendente. Perché? Perché il licenziamento viene giudicato “del tutto sproporzionato”. Bè dai, palese.

Secondo la sentenza, l’accusa di minacce fisiche e verbali è “generica” e, di fatto, smentita dalla stessa persona che avrebbe dovuto subirle. Il collega, sentito mesi dopo, racconta un solo episodio in cui l’operaio gli avrebbe dato dell’ignorante, escludendo però minacce e contatti fisici rilevanti. Lo spintone viene definito “sgarbato e non minaccioso”.

E quei famosi 1,60 euro?

Sul punto centrale, il giudice osserva che non è nemmeno certo se il lavoratore abbia preso le monetine con o senza consenso. Ma, soprattutto, la questione vera è un’altra: che danno ha subito l’azienda?

La risposta è semplice: nessuno. Ergo, per il Tribunale non c’è stata alcuna compromissione del rapporto fiduciario e il licenziamento viene definito “obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della condotta complessivamente realizzata”.

Giusto un pelo sproporzionata eh!

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