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Settimana corta, si inizia a fare sul serio: ora ci prova anche la Gran Bretagna

Dal 6 giugno è partito un esperimento in cui per sei mesi migliaia di dipendenti di settanta imprese lavoreranno quattro giorni a settimana con lo stesso stipendio

Torniamo a parlare di un argomento caro all’Imbruttito, di cui vi abbiamo aggiornati spesso: la settimana lavorativa di quattro giorni. Vi avevamo raccontato della speriementazione in Islanda, dell’iniziativa di un’azienda italiana, ma avevamo raccolto anche un parere contrario, di chi non vede la settimana di quattro giorni come un modello facilmente adottabile in Italia. Le cose però continuano a muoversi, tanto che adesso anche la Gran Bretagna ha deciso di lanciarsi. Dal 6 giugno è partito infatti un esperimento, organizzato dal thinktank Autonomy e dalla Ong 4 Day Week Global in cui per sei mesi migliaia di dipendenti di settanta imprese di diverse dimensioni e in settori diversi lavoreranno quattro giorni a settimana con lo stesso stipendio. Alla fine, gli esperti delle Università di Oxford e Cambridge e del Boston College negli Stati Uniti cercheranno di valutare l’effetto della riduzione delle ore sulla produttività. Tutto chiaro.

Parliamo di aziende diversissime tra loro eh. Ci sono società di software ma pure studi legali, società di marketing, imprese edilizie e pure piccoli negozietti e ristoranti. Quindi si dovrà valutare prima di tutto se la settimana corta incide, e in che modo, sulla produttività; e naturalmente si valuteranno le differenze fra le varie realtà. Sotto osservazione non solo l’efficenza lavorativa, ma anche la qualità della vita dei dipendenti. L’iniziativa in Gran Bretagna è partita con grandi speranze: si crede che la settimana di quattro giorni possa portare molti benefici ai lavoratori, che guadagnerebbero energia, riposo ed entusiasmo dai tre giorni free e di conseguenza lavorerebbero con più sprint in office (o in negozio, o al ristorante, quel che l’è). 

“In questo esperimento storico analizzeremo come i dipendenti reagiscono ad avere un giorno di vacanza in più, gli effetti sullo stress, la soddisfazione, la salute, il sonno, l’energia, la concentrazione e molti altri aspetti”, ha spiegato Juliet Schor, docente di sociologia al Boston College e leader degli esperti che monitoreranno il progetto pilota, come riportato dal Sole 24 Ore. La pandemia ha obbligato il mondo del lavoro a interrogarsi e a valutare i propri modelli, forse non più adatti a una generazione sempre meno votata al sacrificio e sempre più orientata alla soddisfazione e alla qualità del proprio tempo. “Offrire un salario competitivo oggi non basta, bisogna iniziare a offrire ai lavoratori una vita migliore”, ha confermato a Fanpage Julian Siravo, di Autonomy. “Più ore e più giorni in ufficio non rappresentano maggiore produttività: questa equivalenza non esiste, non è mai stata dimostrata. Gli esperimenti fatti finora nei diversi paesi ci hanno dimostrato che la produttività nelle aziende che hanno aderito al progetto non è mai scesa, anzi in alcuni casi è salita, perché dei lavoratori più felici lavorano meglio”.

In Italia quanto dovremo aspettare? E chi lo sa. Quello che è certo è che se l’esperiemento britannico dovesse andare come ci si aspetta, tutta l’Europa butterà un occhio a questa rivoluzione. Oppure tanti cervelli decideranno di fuggire, va da sé. Intanto ogni realtà che ci ha provato, paese o azienda, ha potuto constatare che la produttività non si è ridotta insieme alle ore, anzi in alcuni casi è aumentata. Perché più sono felici i dipendenti, meglio lavorano. Una banalità, certo, ma com’è che ancora non l’hanno capita tutti?

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