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In Italia 1 lavoratrice su 5 smette di lavorare dopo essere diventata madre (egraziealcaz…)

Nel 2023 si è registrato un nuovo minimo storico delle nascite in Italia, e quelle (poche) donne che hanno figli sono costrette a sacrificare il lavoro. Non benissimo.

Oops, we did it again! E se citiamo Britney Spears è per strappare un sorriso dove non c’è proprio una sega da ridere. Un altro report in tema di occupazione femminile ci fa mettere le mani nei capelli, anche perché strettamente legato a un altro argomento ultrascivoloso (e manipolato un po’ ad minchiam): la denatalità in Italia.

Questa volta a snocciolare i numeri è Save The Children, secondo cui nel 2023 si è registrato un nuovo minimo storico delle nascite in Italia, ormai stabilmente sotto le 400mila unità, con un calo del 3,6% rispetto al 2022. Le donne – si legge nel rapporto intitolato non a caso Le Equilibriste, la maternità in Italia – “scelgono (come se ci fossero tante opzioni) di non avere figli o ne hanno meno di quanti ne vorrebbero”: fra le donne nella cosiddetta “età fertile” (15-49 anni) il numero medio di figli è di 1,20. Figli decimali e decimati, insomma.

Anche la componente straniera della popolazione sta schiscia: nel 2023 sono nati 3mila bambini in meno anche da chi era venuto in Italia a mettere su famiglia.

Ma com’è? Siamo sotto un maleficio? Copuliamo meno perché stiamo sempre al cellulare a guardare quelli/e che vorremmo copulare? Arrivi in Italia e stop! Non vai più a segno?! In attesa di risposte, una certezza: siamo il Paese europeo con la più alta età media delle donne al momento della nascita del primo figlio: 31,6 anni. A fronte di un tasso di occupazione femminile del 63,8%, le donne senza figli che lavorano raggiungono il 68,7%; solo il 57,8% di quelle con due o più figli minori ha un impiego. Poi, aspetta, parliamo di dimissioni volontarie post genitorialità: il 72,8% delle convalide delle dimissioni dei neogenitori riguarda le donne in Italia, dove una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata madre.

E qui c’è la presa per il culo: in generale, in Europa, più aumenta la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, più aumenta il tasso di fecondità: noi italiane aspettiamo il momento giusto per fare figli, il momento giusto arriva sempre più tardi e dopo (quando c’è un dopo) un bel mazzetto di mamme smettono di lavorare, e quindi anche di fare altri figli. 

Insomma, da popolo di sognatori siamo diventati un popolo senza sogni e senza bambini. E sia chiaro: i bambini sono una grandissima fatica quando non hai nonni, zii e parenti vicini. A volte anche quando li hai. Per generazioni siamo cresciuti in famiglie ultra allargate e ce ne siamo fregati di costruire una rete di supporto, tanto che i nidi sono ancora a (lautissimo) pagamento. La mamma stava a casa e se non c’era la mamma c’era la nonna. Poi la mamma ha cominciato a lavorare fuori casa e se non c’era la nonna dove lo metteva il bebè?! La mamma ha cominciato a pensare che il suo lavoro, in fondo, si poteva sacrificare visto che di sicuro era meno pagate.

Che fare? Emigrare o sperare che Darwin avesse ragione e scommettere sull’estinzione (e visti i dati siamo sulla buona strada)? Io so solo che, essendo fra quelle che si sono dimesse dopo la seconda maternità ma che si ostina a lavorare, fare la madre e talvolta la fidanzata, tutte le volte che sento parlare di pratiche barbare come far sentire il battito del feto a chi vuole abortire, o degli stati generali della natalità, o delle discriminazioni nei confronti delle famiglie arcobaleno, mi verrebbe da scappare in Norvegia e poi stracciare il passaporto.

Solo che poi sai che sbatti rifarlo, con le file che ci sono in questura…

Autrice: Daniela Faggion

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