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Editorial
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Cara Milano, 

non ci si becca da un po' e per questo ho deciso di scriverti una lettera. Mai e poi mai avrei pensato di prendere carta e penna per rivolgermi a te. Off the records non credo che la Gran Milàn che ho conosciuto tanti anni fa mi avrebbe mai cagato. Non perchè te la tirassi, semplicemente eri troppo impegnata per star dietro alle milionate di persone che ti frequentavano H24, democraticamente salutavi tutti senza dare retta a nessuno in particolare. Ora la butto lì, magari durante le lunghe notti di coprifuoco, spero che una sbirciata a queste poche righe avrai il tempo di darla.

Mi presento a te con estrema sincerità, sono uno dei tanti Giargiana che prima hai sedotto, ma che poi ti ha abbandonata, tradita per una cucina abitabile, i doppi servizi e un ampio balcone in più nel vastissimo universo parallelo di Inculhinterland. Siamo rimasti congiunti da un nastro di binari chiamato metro verde. Un cordone ombelicale che poi ho reciso cercando un modo per fatturare senza aver bisogno di te. Preso bene per non aver più rinnovato la tessera ATM, mi bastava sapere che eri lì, a portata di un biglietto urbano + x zone, comodamente pagabile tramite contactless

Ergo in tempi di zone rosse e arancioni, per te sono superfluo e non devo rompere i maroni a chi ha realmente bisogno della città. Non posso nemmeno autocertificare come essenziale il bisogno di riabbracciarti almeno per, che ne so, un sabato mattina a cazzeggiare in centro. C'è la pandemia, non devo insistere nella salita, posso solo osservare i treni sfrecciare verso i grattacieli dello skyline, quando non c'è la nebbia a nasconderti e a riempire le distanze tra di noi. 

Tanto mi manchi che ti cerco in continuazione. Al telegiornale, durante i servizi dalle strade e dagli ospedali, nei talk show con i rebelot sul Covid tra Galli e Zangrillo, nelle stories dei Ferragnez, ma anche e soprattutto nelle videochiamate di chi dentro la circonvalla ci bazzica ancora, i miei Youreporter dall'area F205. Spero di sbagliarmi, ma in quegli istanti rubati da telecamere altrui non sembri più tu, sei come freezzata tra la brina invernale e l'ennesima interruzione di una call su Skype (come vedi anche da qui non ho perso l'abitudine di usare inglesismi ad cazzum). 

Ti intravedo dentro una partita a S. Siro, completamente vuoto. Ironia della sorte di questo campionato a porte chiuse le due squadre di Milano si stanno riscattando proprio ora, dopo anni di sbatti di classifica. Solo che invece dei cori dei tifosi, sento solo le grida di allenatore e calciatori. Proprio come nel campetto di un oratorio in Barona o al Giambellino, bestemmie incluse. 

Ti immagino ferita, ma tranquilla e nascosta in un posto sicuro, semplicemente in attesa che passi la piena. Dentro di te sai benissimo che supererai le difficoltà anche stavolta, d'altronde ne hai viste tante anche peggiori di questa. Prima o poi le serrande si rialzeranno, il fatturato tornerà a fluire nelle tue vene, la gente ricomincerà ad arrivare per poi ripartire, come tessere di un grande mosaico dedicato alla frenesia. È sempre stato così, nei secoli dei secoli, sono solo cambiati gli attori sul palcoscenico del tuo spettacolo. 

Anzi in pieno mood divanata facile, scattata alle 22 in punto, starai ridendo di me mentre leggi queste parole prima di chiudere gli occhi, tu che non dormivi mai. Penserai eccolo qua, un altro povero pirla, un milanes arius che piange perchè non può fare attività motoria sotto la Torre Velasca, rob de matt.

Eh già mia amata Milano, non la faccio tanto lunga. La verità è che per te io conto zero, ma non vale il contrario. Quasi un anno di quarantena in cui ti ho frequentata con il contagocce mi ha reso nostalgico, ancora più romantico, ma anche più debole, emotivo, instabile e irascibile. Senza di te la mia creatività fatica a esprimersi. Perchè per smuovere il pensiero ho bisogno di una scintilla, non una a caso, ma quella della pertighetta sul cavo di un tram arancione.

Tiremm innanz!

 


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