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Vacanze, si moltiplicano le strutture “vietate ai bambini”: discriminazione o strategia?

Parliamo di strutture "childfree", o "adults only", che dunque vietano l'ingresso a bambini e ragazzi sotto i 18 anni. Un trend sempre più diffuso, anche in Italia.

Ed eccoci qua ad affrontare un argomento indubbiamente complesso, in grado di spaccare la community di lettori imbruttiti perfettamente a metà tra “oh, wow, ci sta” e “omg, no terribile”. L’argomento in questione è: vacanze childfree. O adults only se preferite, che non indica roba pruriginosa, ma semplicemente vietata ai nani. Già, perché la notizia è che si stanno moltiplicando le attività commerciali riservate esclusivamente ad un pubblico adulto e – di nuovo, precisiamo – non chiamate così perché riguardano attività hot, ma semplicemente perché una fetta crescente di popolazione vuole godersi cene, vacanze o persino viaggio in aereo, senza il rischio di venire disturbata da lamenti, pianti e chiacchiere di un bambino.

Ed eccoci al domandone del titolo: ma questa roba è business strategico e comprensibile, al pari di “vietato agli animali” o “si entra solo con la cravatta”, oppure stiamo assistendo ad una discriminazione travestita da policy?

Dicevamo, le strutture (genericamente dai ristoranti agli hotel) childfree stanno aumentando visibilmente. Nel 2019 l’Università Popolare delle Discipline Analogiche stabilì che in Italia erano almeno 52 gli hotel, agriturismi, resort e stabilimenti balneari che avevano adottato la “no kids policy”, in modo da garantire ai clienti adulti il massimo della tranquillità e del relax. Il 6,5% rispetto alle strutture presenti in tutto il globo, che sono almeno 800. Oggi, dando un’occhiata alla piattaforma (ebbene sì, esistono) Hotel per Adulti, dedicata proprio alle strutture alberghiere esclusivamente per adulti, ne vediamo oltre 220. Si tratta principalmente di hotel o villaggi vietati a ragazzi sotto ai 16 o ai 18 anni. Un modo per garantire, ai clienti, l’assenza di pallonate in spiaggia, schiamatti e tuffi scomposti in piscina, piatti ininterrotti e altri caotici stereotipi spesso associati ai giovani turisti.

C’è da dire, però, che esistono un botto di strutture family, pensate proprio per il divertimento e il comfort di famiglie con uno o più figli; esistono hotel solo per coppie o pensati esclusivamente per i lavoratori… quindi perché non dovrebbero esistere dei place to be per chi sceglie di viaggiare senza i bambini? Magari in un resort adults only ci puoi trovare anche genitori in vacanza, che per qualche giorno vogliono staccare completamente dalle piccole presenze.

Pure se non sono le loro.

In questo senso, le strutture childfree non si possono vedere come una discriminazione, ma come un plus nell’offerta varia e ricca delle strutture ricettive. Si tratta di business, di posizionamento in un mercato in cui le domande si moltiplicano anno dopo anno.

La questione è di difficile soluzione e, come sempre, fornisce ciccia per la discussione. Perché oh, non c’è scritto da nessuna parte che se ho un figlio devo per forza adorare i family hotel con trecento scivoli, animazione h24, e Masha e Orso gonfiabili a darmi il benvenuto.

Childfree, la situazione all’estero

Come spesso succede, sul trend delle strutture adults only siamo arrivati in penoso ritardo rispetto al resto del mondo. Tipo, sapevate che la Japan Airlines ha introdotto una funzione premium che consente, a chi lo desidera, di visualizzare dove sono seduti i bambini con meno di 2 anni per… evitarli? Una cosa simile la fa anche la compagnia turca Corendon Airlines, che per chi paga un sovrapprezzo offre la possibilità di sedersi in una zona senza nani. In Spagna sono anni che vanno pazzi per gli alberghi “no nani”: tipo, i resort della catena di lusso Sandals accettano solo maggiorenni e gli hotel Iberostar esclusivamente ospiti over 14.

Strutture childfree… ma è legale?

Ma vietare l’ingresso ai bambini è legalmente fattibile? In Italia la legge da guardare è un Regio Decreto n. 635 dell’anno 1940, che all’art. 187 prevede quanto segue: “Salvo quanto dispongono gli art. 689 e 691 cod. pen. gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chi le domandi e ne paghi il prezzo”. Ora, forse quel “legittimo motivo” è un po’ troppo vago e andrebbe aggiornato, giusto per dare qualche riferimento in più, ma è abbastanza intuibile che età, orientamento sessuale e razza sono tutti elementi discriminatori, e quindi non dovrebbero rappresentare un limite.

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