Ogni tanto vi sembra di non riconoscere i vostri vicini? Quello del piano di sopra improvvisamente ha cambiato faccia e saluto? Tranquilli, state sbroccando: è Milano che cambia abitanti manco fossero collezioni di prêt-à-porter. Negli ultimi dieci anni quasi mezzo milione di persone è arrivato e circa quattrocentomila persone se ne sono andate: 488 mila nuovi residenti, 400 mila ex residenti. A spanne, ogni anno tra il 7 e il 9% dei milanesi viene sostituito. In pratica, se vi assentate per una settimana lunga, al vostro ritorno potreste non trovare più “le solite facce”.
Un milanese su tre di oggi non viveva a Milano dieci anni fa. Se allarghiamo l’inquadratura a quindici anni, si supera abbondantemente la metà della popolazione.
Calamita per ventenni
Milano funziona benissimo con una categoria precisa: i 19-34enni. In dieci anni ne sono entrati 242 mila e ne sono usciti 132 mila. Saldo positivo: +110 mila. La città li accoglie con l’Università o direttamente per lo stage, li coccola con l’happy hour e li seduce con il primo contratto “ibrido”.
Il problema arriva dopo. Perché mentre i giovani entrano felici come al Paese dei Balocchi, chi sta nel mezzo della vita inizia a guardare Google Maps con occhi diversi. Già tra i 35 e i 64 anni il bilancio diventa negativo. Dopo i 65, è quasi un esodo: oltre 42 mila se ne vanno, meno di 22 mila arrivano. D’altronde, di solito i giornali parlano di ex lavoratori che vanno a valorizzare la pensione sulle spiagge a buon mercato dell’Albania, non certo in Piazza Tirana.
Il risultato è paradossale: Milano si riempie di giovani, ma non ringiovanisce davvero: l’età media resta inchiodata intorno ai 46 anni, perché nel frattempo qualcuno cresce, si stanca, si sposta… qualcun altro arriva con il trolley e il sogno di lavorare “in una realtà dinamica”, e il giochino ricomincia.
Chi scappa non va lontano
La partenza da Milano, comunque, è più una ritirata strategica che un addio. Il 31% di chi se ne va finisce in provincia. Oltre la metà resta in Lombardia: cambia prefisso, non regione insomma. È il grande flusso verso la “prima fascia”: abbastanza vicina per dire “vivo a Milano” (anche se non è vero) ma abbastanza lontano per permettersi una stanza per i figli e magari un box in cui entri un’auto più grande di una vecchia 500. È lo spostamento di quella che una volta si chiamava “classe media” e oggi si chiama “pendolare con mutuo”.
Da dove arrivano i nuovi milanesi
Milano è come una calamita per studenti, creativi, expat e gente che dice “intanto provo un anno, poi vediamo”… ma non c’è una provenienza prevalente: circa il 27,5% arriva dalla Lombardia e dalla provincia, il 35,5% dal resto d’Italia, quasi il 31% dall’estero.
E qui spunta un dato interessante: tra chi arriva, quattro su dieci sono stranieri. Tra chi se ne va, gli stranieri scendono a tre su dieci. Per dirla brutalmente: gli italiani si muovono di più, gli stranieri resistono. Non perché arrivino in numero molto superiore, ma perché se ne vanno meno. Così, sappiate che ha ragione chi ve la mena con la “città cosmopolita”.
Il saldo finale lo racconta chiaro: l’aumento complessivo dei residenti, arrivati nel 2024 a circa 1 milione e 407 mila abitanti – 57mila in più rispetto al 2014, è dovuto soprattutto alla popolazione straniera.
Milano usa-e-getta?
Alla fine il meccanismo è abbastanza chiaro e funziona come una gigantesca lavatrice sociale: entri per ripulirti da quel senso di provincia che ti angoscia sin dall’adolescenza, giri e rigiri fra locali che aprono e chiudono come bolle di sapone, produci-paghi-consumi e, a un certo punto, comincia la centrifuga che ti spinge verso l’hinterland, dove accomoderai i tuoi panni in un trilocale che non costa quanto un rene sano.
Insomma, Milano resta sempre uguale e sempre diversissima. I palazzi non si muovono, ma le persone che li abitano sì, eccome! E se vi state chiedendo quale sia diventata l’identità di un posto che in quindici anni cambia metà dei suoi abitanti, potreste trovare la risposta in fondo allo scatolone del vostro prossimo trasloco.









