Bye bye al gender pay gap? Fosse la volta buona! Sulla carta siamo a buon punto: sta infatti per essere discussa dal Governo la bozza di decreto su parità e trasparenza retributiva, che recepisce la direttiva europea 2023/970 e riscrive le regole del gioco dentro le aziende italiane. Sedici articoli che promettono di trasformare una domanda finora tabù fra colleghi — “Scusa, ma tu quanto guadagni?” — in un diritto sacrosanto.
Il succo? A parità di mansioni, competenze e responsabilità, la busta paga deve essere la stessa. Senza asterischi di genere. Capito?
A domanda devono rispondere
La novità più forte della misura è questa: i datori di lavoro devono rendere “facilmente accessibili” i criteri con cui stabiliscono stipendi e step di carriera. Ogni lavoratrice e lavoratore può chiedere, per iscritto, i livelli retributivi medi — divisi per sesso — delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. E l’azienda non può più imboscarsi: entro due mesi deve rispondere. “Ops, non avevo visto l’email” non vale. E nemmeno: “Siamo una grande famiglia, che cosa vuoi di più“. E se qualcosa non torna, il o la dipendente può insistere e il datore deve fornire una risposta motivata “entro un termine ragionevole”.
Annunci dritto per dritto
Negli annunci di lavoro la retribuzione offerta deve essere indicata in maniera precisa e il linguaggio deve essere neutro rispetto al genere (cosa peraltro già prevista dal D.Lgs. 276/2003). Dovremmo dimenticarci finalmente supercazzole come “Retribuzione adeguata” oppure “Bella presenza”.
No domande sul tuo vecchio stipendio
Cambiano anche i colloqui e nessuno ti potrà più chiedere quanto guadagnavi prima. Né direttamente, né indirettamente, né cascando dal pero, né con l’ipnosi. Il motivo è chiaro: se parti da uno stipendio più basso, rischi di portarti dietro lo svantaggio per il resto della carriera.
Numeri sotto la lente
Le imprese saranno chiamate a raccogliere una bella quantità di dati: divario retributivo medio e mediano, percentuale di uomini e donne che ricevono bonus o componenti variabili, differenze tra categorie comparabili… Tutto questo rebelot dovrà essere accessibile ai lavoratori (o ai loro rappresentanti) e, su richiesta, trasmesso anche all’Ispettorato del lavoro e agli organismi territoriali per la parità.
Tranquilli che c’è tempo… ma non si può sgarrare:
- entro il 7 giugno 2027 per i datori con almeno 150 dipendenti
- entro il 7 giugno 2031 per quelli tra 100 e 149
Le aziende sotto i 50 dipendenti avranno obblighi più leggeri, ma non scappano.
5% magic number
C’è una soglia chiave: il 5%. Se in una categoria di lavoratori emerge una differenza retributiva di genere pari o superiore al 5% e l’azienda non riesce a giustificarla con criteri oggettivi, scatta la “valutazione congiunta” con i sindacati. A quel punto il datore di lavoro ha sei mesi per intervenire e rimuovere le disparità.
Hai detto “tribunale”?
Se il divario resta lì, ostinato come una macchia di caffè della macchinetta, lavoratrici e lavoratori possono rivolgersi al tribunale. Il giudice potrà ordinare il riallineamento degli stipendi, il pagamento degli arretrati e, nelle situa peggiori, anche il risarcimento del danno non patrimoniale. Non solo: l’azienda che pensa di farsi di nebbia può trovarsi revocati i benefici pubblici e il diritto di partecipare ad appalti e agevolazioni finanziarie.
Insomma, conviene pagare il giusto per non pagare il conto.
Chi è coinvolto (spoiler: praticamente tutti)
Il decreto si applica a tutti i datori di lavoro pubblici e privati e a tutte le lavoratrici e i lavoratori subordinati: dirigenti compresi, colf comprese, candidati compresi. Il confronto salariale si farà sullo “stesso lavoro” o sul “lavoro di pari valore”, facendo riferimento ai contratti collettivi nazionali (quelli veri, non i contratti pirata).
Il provvedimento non promette miracoli immediati (siamo in Italia, eh) ma cambia i rapporti di forza introducendo obblighi, tempi certi e la possibilità concreta di agire. Soprattutto, smonta un vecchio tabù: lo stipendio non è più una formula segreta, ma un’informazione come le altre.
Perché va bene la meritocrazia, va bene la promozione, va bene anche l’applauso alla cena di Natale… ma quello che conta, in soldoni, è proprio il vile denaro, che a noi non fa per niente schifo.









