Chi pensa che l’aziendalese sia una prerogativa di Milano, si sbaglia di brutto. A Milano si nota forse di più, perché l’aziendalese è usato spesso in inglese, così ci diamo un tono international, ma in realtà di parlare come un business plan lo fanno in tutto il mondo. È una lingua che nessuno ha mai studiato, perché non è nei libri di economia, né nelle dispense all’università. Eppure, non appena si mette piede in un ufficio, specie in agenzie e società di consulenza, taaac! l’aziendalese diventa la nostra lingua madre. Sin dalla prima riunione è chiaro che ops! ti sbagli, non sei in una riunione: sei in un allineamento per fare un bel recap. E no, non c’è un problema, ma una criticità. Per fortuna ci sono i KPI, così le performance sono più smart…
Cosa dice la scienza
Raga, chi meglio di noi ha sguazzato in questo brodo di paroloni? È stato il nostro dress code linguistico, il nostro passport e passepartout. E adesso, all’improvviso, potremmo essere in guai seri. Infatti, secondo una ricerca della Cornell University, rilanciata da The Guardian, le persone che più amano parlare in aziendalese sono anche quelle che, quando devono prendere decisioni, scelgono sistematicamente le opzioni peggiori. Capolavoro. In pratica, più sei convinto che “dobbiamo efficientare i processi per scalare il business in ottica win-win”, più è probabile che tu stia portando l’azienda verso un burrone. Però, oh, con grande entusiasmo e convinto come un pompiere.
Lo studio, tra l’altro, è già di per sé una performance degna del miglior open space. Gli studiosi si sono messi lì e hanno compiuto una missione eroica: hanno dato una cornice all’aziendalese e l’hanno usato per costruire frasi completamente vuote, infarcite di parole altisonanti e inglesismi a caso, e le hanno infilate in una serie di questionari da sottoporre a manager, CEO, responsabili HR e tutta quella fauna lì che vive di call, slide, keynote e speech. E a quel punto hanno chiesto loro: “Secondo voi qual è la strategia migliore?”
E lì si è consumata la tragedia. O meglio, la commedia: quelli più affascinati da quel linguaggio — quelli che lo parlano fluently, che lo inalano come l’aerosol, che probabilmente lo sognano di notte — hanno scelto con precisione impressionante la soluzione peggiore. E mica una volta: sempre. È come se l’aziendalese avesse un superpotere: rendere irresistibile qualsiasi idea, purché non si capisca cosa significhi davvero. Più è fumosa e incomprensibile, più sembra intelligente. È il trionfo della forma sul contenuto, che quando si palesa è un enorme disastro.
A questo punto ci ha colto l’angoscia: che fine faranno tutte quelle riunioni in cui qualcuno parla, tutti annuiscono e nessuno capisce davvero, ma alla fine l’importante è pensare che si sia deciso qualcosa di importante? Chissà se rimarranno, almeno per darci modo di sbagliare in modo coordinato…
Aziendalese, non stupidità
Comunque, per consolarci dobbiamo precisare che secondo questa ricerca chi parla in aziendalese non è affatto stupido. Anzi: chi è sensibile a quel linguaggio tende a essere più creativo, più capace di immaginare scenari futuri, più orientato alla visione. Gente che, sulla carta, dovrebbe essere un valore… solo che poi, nel momento in cui deve scegliere, si lascia scammare dallo storytelling, dalla slide fatta bene, dal KPI e dalla policy. Come se il cervello, di fronte a una frase tipo “dobbiamo attivare sinergie trasversali per generare impatto scalabile”, dicesse: non ho capito niente, ma non posso ammetterlo, per cui mi fido. E faccio malisssssimo…
In fondo, l’aziendalese è questo: una lingua costruita non per chiarire, ma per convincere. Non per spiegare, ma per suonare bene. È marketing applicato al pensiero e più annulla il pensiero, più funziona, soprattutto se nessuno fa domande. Solo che poi le decisioni si prendono davvero. I budget si spostano. I progetti partono, con i loro bei gantt appesi al muro. E tu ti ritrovi mesi dopo a chiederti come sia stato possibile approvare una caporetto del genere.
Ed ecco che ti viene in mente quella riunione… Quella in cui non avevi capito nulla, ma – raga – tutti annuivano mentre guardavano Instagram… Dovevi proprio essere l’unico ad alzare la mano?!









