Da Varese arriva una storia che sta facendo discutere parecchio, e giustamente. Una dipendente di 35 anni, neomamma da poco, si era addormentata durante la pausa pranzo in un locale interno dell’azienda dove lavorava, l’infermeria, precisamente. Voi immaginatevela, ’sta povera neomamma di 35 anni magari — ipotizziamo eh — esaurita perché il pupo o la pupa non hanno dormito tutta la notte. Coliche? Fame? Vai a sapere. Il giorno dopo però la donna, che ricordiamolo dev’essere “moglie, madre, lavoratrice, tuttofare e donna”, si appisola sfinita sul divanetto dell’ufficio durante la pausa pranzo. L’azienda cosa fa? Con umanità comprende lo stato della donna e la lascia tranquilla? Naaa. La licenzia.
A distanza di tre anni però il tribunale di Varese ha ribaltato tutto: licenziamento annullato e risarcimento da 35mila euro, oltre al TFR e ai contributi arretrati. Tutto giusto.
La vicenda della neomamma licenziata a Varese
La donna lavorava come impiegata amministrativa in un’azienda della provincia di Varese. Era rientrata dalla maternità da poco e, come succede a moltissimi neogenitori, specialmente alle mamme dai, le notti erano diventate un mezzo delirio tra risvegli, pianti e sonno praticamente inesistente.
Nel 2023 aveva deciso di anticipare il rientro dalla pausa pranzo per riposarsi qualche minuto prima di tornare alla scrivania. Si era quindi spostata nell’infermeria aziendale e si era sdraiata sul divanetto presente nella stanza. A quel punto però si è addormentata, pheeega provateci voi a stare in debito di sonno, che trauma.
I superiori l’hanno trovata lì e per l’azienda quel comportamento è stato sufficiente per procedere con il licenziamento. Che me**e.
Il tribunale di Varese annulla il licenziamento
Dopo una lunga battaglia legale, il tribunale di Varese ha dato ragione alla lavoratrice.
Secondo il giudice, il licenziamento era nullo perché arrivato prima che il figlio compisse un anno d’età, periodo in cui la legge tutela in modo particolare le lavoratrici madri.
Nella sentenza si legge:
“La condotta della lavoratrice non integra affatto gli estremi della giusta causa di licenziamento […], piuttosto di un comportamento che avrebbe dovuto essere sanzionato esclusivamente con un provvedimento conservativo”.
In pratica, per il tribunale il comportamento della dipendente non giustificava un licenziamento immediato.
Alla lavoratrice spettano 35mila euro
In un primo momento la 35enne aveva chiesto di essere reintegrata in azienda. Successivamente però aveva trovato lavoro in un’altra società – fantastico – e ha quindi rinunciato al reintegro. Alla fine il tribunale ha stabilito per lei un indennizzo da 35mila euro, oltre al pagamento del TFR e dei contributi arretrati.
Una storia che ha riacceso il dibattito sul rapporto tra lavoro e genitorialità, soprattutto nei primi mesi dopo la nascita di un figlio, quando il concetto di “dormire otto ore filate” diventa praticamente fantascienza.









