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Stipendi bassi e stress: l’83% dei dipendenti pubblici non ci sta più dentro

Una volta c’era il sogno del posto fisso. Quello che “sei a posto per la vita“, che ti sistemavi al catasto, prendevi lo stipendio ogni fine mese, ferie lunghe, orari civili e il caffè lungo in pausa pranzo. Oggi? Altro che sogno: è diventato un incubo a occhi aperti.A dirlo è una ricerca della Cisl […]

Una volta c’era il sogno del posto fisso. Quello che “sei a posto per la vita“, che ti sistemavi al catasto, prendevi lo stipendio ogni fine mese, ferie lunghe, orari civili e il caffè lungo in pausa pranzo. Oggi? Altro che sogno: è diventato un incubo a occhi aperti.

A dirlo è una ricerca della Cisl Funzione Pubblica Lombardia in collaborazione con BiblioLavoro. Hanno ascoltato quasi 15mila lavoratori del pubblico impiego e raccolto i dati da un campione rappresentativo: in media, laureati, 50enni con 20+ anni di anzianità, spesso con figli e genitori a carico. Gente vera, con la vita reale addosso. E il verdetto è chiaro: il posto fisso non basta più.

Perché non ce la fanno più?

Facciamo due conti:

. L’83% dice che lo stipendio non basta nemmeno per arrivare a metà mese
. Il 55% non vede uno straccio di crescita professionale, niente carriera, niente promozione, zero sbatti per motivarti.
. Il 51% si sente invisibile, come se il lavoro che fa fosse trasparente.
. Il 35% lavora in ambienti demotivanti, dove l’unica cosa che cresce è la voglia di mollare tutto.

E non è solo una questione di numeri. C’è anche il giudizio sociale: oggi il dipendente pubblico non gode più di una bella reputazione. Stereotipi, cliché, occhiata storta appena dici “lavoro in Comune”.

Sanità, scuola, enti locali: tutti in apnea

Il risultato? Stress alle stelle per sei lavoratori su dieci. Non dormono, hanno la testa che scoppia e si portano a casa le rogne. Colpa del carico di lavoro insostenibile (43%), della carenza di personale (28%), e – tenetevi forte – delle aggressioni da parte degli utenti (12%). Sì, c’è chi lavora al pubblico e prende insulti, urla e a volte pure botte. In corsia va anche peggio: i sanitari sono stremati, tra turni folli, pazienti fuori controllo e senso di insicurezza costante.

E il supporto? Neanche l’ombra. Il 70% dice di non ricevere nessun tipo di aiuto per gestire lo stress, né dai dirigenti né dalla politica. E questo significa che in nove casi su dieci la qualità della vita va a farsi benedire. Problemi fisici, disagio psicologico, isolamento, demotivazione. Non benissimo.

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