Mai una gioia, pheega, mai una gioia. Anche la settimana corta resta un miraggio per i lavoratori italiani. Dopo il salario minimo e il congedo parentale paritario, anche la proposta di ridurre l’orario di lavoro s’è presa una porta in faccia dalla maggioranza. Nessun dibattito su conti, organizzazione del lavoro e coperture finanziarie. Tutto molto più easy: un modesto escamotage procedurale ci relega ancora nella fila degli sfigati d’Europa.
Proposta bocciata
La proposta – prima firma del leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni e sottoscritta da Angelo Bonelli (Europa Verde), Giuseppe Conte (M5s) ed Elly Schlein (Pd) – puntava a ridurre l’orario di lavoro, ma non ha avuto nemmeno l’onore di essere analizzata. Con un emendamento soppressivo (132 voti favorevoli, 90 contrari e 9 astenuti, sostenuto dalla maggioranza e accompagnato dal parere favorevole del governo) pummm! Hanno fatto fuori il testo prima ancora di entrare nel merito. Il motivo? Sempre quello: “In tasca manca money“, ha fatto sapere la commissione Bilancio di Montecitorio canticchiando Neffa.
“In seno alla proposta di legge non c’è una espressa esclusione della pubblica amministrazione”, ha spiegato in aula il presidente della commissione Lavoro della Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto. Lo stesso che aveva già sfanc*lato la proposta del congedo paritario. “Se applicata anche alla PA”, ha detto, “la settimana corta comporterebbe un fabbisogno aggiuntivo di personale“. Inoltre, ha concluso, “Se supera il triennio di applicazione bisogna scrivere meglio le proposte di legge, perché si passerebbe dagli 8,5 miliardi a 11, non coperti”. Ricordiamo sempre che il progetto del ponte sullo Stretto val circa 15 miliardi e riguarderebbe molte meno persone.
Le opposizioni accusano il governo di aver scelto la via più rapida: il colpo di spugna. “L’avete fatto con il salario minimo, con il congedo paritario che cambierebbe la vita di milioni di famiglie italiane con cinque mesi di congedo per entrambi i genitori. Oggi lo fate sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”, ha detto Elly Schlein in aula. Quando deve decidere per “migliorare la condizione materiale della vita di milioni di italiani e italiane, la destra cancella ogni iniziativa”, ha detto a muso duro Nicola Fratoianni.
E intanto, nel resto del mondo…
Non stavano mica proponendo di stare a casa pagati, eh, solo di organizzare meglio il tempo e la vita delle persone. Infatti, mentre in Italia la settimana corta viene trattata come eresia, ci sono Paesi in cui è già in vigore o almeno in fase di sperimentazione. Vogliamo parlare degli Islandesi, che stanno avanti di almeno 10 anni? Tra il 2015 e il 2019 hanno organizzato test su larga scala con settimane da 35-36 ore senza taglio di stipendio: la produttività è rimasta stabile, quando addirittura non è aumentata, e oggi circa il 90% dei lavoratori islandesi ha accesso a orari ridotti o flessibili.
Poi ci sono i Belgi, che dal 2022 consentono ai dipendenti di concentrare in quattro giorni le 38 ore settimanali di lavoro, e gli Inglesi, che sempre nel 2022 hanno avviato una sperimentazione su oltre 60 aziende e oltre 50 di loro hanno mantenuto il modello a orario ridotto dopo i sei mesi di prova. E poi Spagna, Portogallo, Francia, Giappone… un sacco di nazioni ci provano e registrano anche miglioramenti rispetto al vecchio modo di lavorare, ma in Italia niente da fare: dev’essere sempre “Non ci resta che piangere”.
La mazzata di oggi ha preso la rincorsa tempo fa. Il 1 ottobre 2024 era stato depositato un testo con sette articoli “per favorire la riduzione dell’orario di lavoro” fino a 32 ore settimanali. Ma, poco più di un anno fa, la Camera aveva approvato il rinvio del testo in commissione Lavoro e così la discussione era stata rimandata fino al no definitivo di oggi. Quindi, niente da fare: noi continueremo a scrivere articoli sui giovani che preferiscono il work -life balance alla carriera e sulla famiglie che vorrebbero vivere e non sopravvivere, ma giù a Roma non li leggono proprio.









