Ormai non sappiamo manco più come pisciare senza un tutorial dell’intelligenza artificiale. Potevamo forse farci mancare i Curriculum con l’AI? Ovviamente no. Apri uno strumento, inserisci due informazioni, ed esce un CV ordinato, pieno di parole giuste e apparentemente perfetto. O forse no.
Dietro a molti di questi documenti, infatti, si nascondono errori, forzature e un livello di standardizzazione che ormai i recruiter riconoscono al volo.
Il boom del curriculum con l’AI
Il fenomeno è in crescita netta. Secondo l’Osservatorio “Evolution Forum Business School sulle PMI”, guidato dal formatore Gianluca Spadoni, l’utilizzo del curriculum con l’AI è aumentato di oltre il 30% negli ultimi due anni. Questo significa che sempre più candidature vengono generate (o fortemente influenzate) da strumenti automatici. Il problema è che l’algoritmo tende a migliorare il profilo del candidato, rendendolo più appetibile sulla carta, ma spesso meno credibile nella realtà. E così poi al colloquio ti ritrovi una persona mooolto meno promettente, un po’ come se su Tinder fosse un bono da paura (o una bona, chiaro) e dal vivo… lasciamo perdere.
CV con l’AI e strafalcioni
Chi seleziona personale lo sta notando chiaramente: aumentano gli errori nei CV scritti con l’intelligenza artificiale. Nel 25% dei casi emergono esperienze lavorative “ritoccate”, mentre nel 22% compaiono addirittura ruoli mai ricoperti. L’obiettivo dell’AI è rendere il profilo competitivo, ma finisce spesso per spingersi oltre e pompare too much.
A questo si aggiungono problemi più tecnici ma altrettanto critici: impaginazione confusa, uso eccessivo di grassetti e maiuscole, sezioni messe in evidenza senza un vero motivo. E poi succede anche il paradosso: CV curatissimi che dimenticano le basi, come numero di telefono o indirizzo email. Voliamo.
Parole chiave a raffica e testi tutti uguali
“Una delle cose che gli imprenditori ci stanno ripetendo è che capiscono che i CV siano stati scritti con l’AI per l’eccessivo utilizzo di parole chiave che compaiono tantissime volte”, spiega Gianluca Spadoni ad AdnKronos.
Ed è qui che il curriculum con l’AI diventa riconoscibile. Frasi ben costruite, certo, ma piene di ripetizioni e formule standard. Competenze descritte in modo generico, zero esempi concreti, tanto “problem solving” e poca sostanza. Il risultato è un documento che scorre veloce, ma non lascia niente.
I recruiter decidono in pochi secondi
C’è un altro dato che cambia completamente il gioco: un selezionatore impiega meno di 10 secondi per capire se approfondire o meno un CV. In questo contesto, un CV generato con AI troppo standardizzato rischia di essere scartato subito. Senza nemmeno arrivare al colloquio.
Anche perché cresce un altro problema: candidature identiche inviate a più aziende, senza personalizzazione. Occhio raga.
Controlli incrociati: dal CV ai social
La fiducia nei confronti dei candidati sta cambiando. Due PMI su tre dichiarano di verificare le informazioni del CV incrociandole con i profili social.
LinkedIn resta il primo riferimento, ma anche Instagram, Facebook e TikTok entrano sempre più spesso nel processo di selezione. Un punto è chiaro: i social magari non garantiscono una selezione, ma possono facilmente portare a un’esclusione.
In mezzo a tutti questi curriculum con l’AI, quello che spicca davvero è l’originalità.
Il 61% delle PMI dichiara di apprezzare CV che mostrano personalità, oltre alle competenze. Un esempio? Il video di presentazione breve, massimo un minuto e mezzo, in cui il candidato racconta il proprio percorso e gli obiettivi.
Quindi raga, fatevelo voi il CV, dateci retta. Magari non sarà un capolavoro, ma i recruiter riconosceranno la genuinità del prodotto e – si spera – vi noteranno in mezzo ad un marasma di presentazioni identiche.









