Skip to content
Genitori, figli e smartphone, bello sbatti! Intervista a Francesca Barra, per capire quando e come dire “no” / Fuorisalone is back: installazioni e cocktail party imperdibili al Porta Venezia Design District / Fuorisalone is back: installazioni e cocktail party imperdibili a Brera Design District / Perché il Teatro alla Scala è più di un teatro: vi diamo cinque motivi (gli altri metteteceli voi) / A Milano la vendita di una casa di 11 mq è stata bloccata dal Comune: cosa dice la sentenza sul micro-alloggio / Shopping e cash: il Centro di Arese compie 10 anni e tocca quota 900 milioni di euro / La maratona di Milano ha spaccato! Battuti tutti i record (anche quello del runner di 90 anni…) / Le curiosità che (forse) non sai sull’Arco della Pace / Fedez di nuovo papà: dopo tante voci, è arrivata la conferma del rapper (FOTO) / Pronti per le vacanze? 5 tips per preparare la valigia senza sbatti / Genitori, figli e smartphone, bello sbatti! Intervista a Francesca Barra, per capire quando e come dire “no” / Fuorisalone is back: installazioni e cocktail party imperdibili al Porta Venezia Design District / Fuorisalone is back: installazioni e cocktail party imperdibili a Brera Design District / Perché il Teatro alla Scala è più di un teatro: vi diamo cinque motivi (gli altri metteteceli voi) / A Milano la vendita di una casa di 11 mq è stata bloccata dal Comune: cosa dice la sentenza sul micro-alloggio / Shopping e cash: il Centro di Arese compie 10 anni e tocca quota 900 milioni di euro / La maratona di Milano ha spaccato! Battuti tutti i record (anche quello del runner di 90 anni…) / Le curiosità che (forse) non sai sull’Arco della Pace / Fedez di nuovo papà: dopo tante voci, è arrivata la conferma del rapper (FOTO) / Pronti per le vacanze? 5 tips per preparare la valigia senza sbatti
CONDIVIDI:
Link copiato!

Genitori, figli e smartphone, bello sbatti! Intervista a Francesca Barra, per capire quando e come dire “no”

Francesca Barra ha scritto un libro, "Il no che vorrei dirti - Smartphone, chat e social. Guida pratica per genitori smarriti". E noi che siamo ignoranti come capre ma molto interessati, le abbiamo fatto una call per saperne di più.
16 Aprile 2026

Francesca Barra, giornalista, scrittrice e conduttrice, ha scritto un libro che a noi genitori imbruttiti dovrebbe interessare parecchio. Potrebbe triggerarci? Bè, sì. Ma oggi – anno 2026 – è più che mai necessario per muoverci dentro un mondo in continuo mutamento: quello misterioso, eccitante e pericoloso del digitale. Arriva un momento, infatti, in cui i genitori si chiedono (o dovrebbero chiederselo, e se non ve lo siete mai chiesto, raga, CHIEDETEVELO) come affrontare il rapporto tra i figli e lo smartphone. Tra figli e social, tra figli e internet, tra figli e tutto ciò che è contenuto dentro lo schermo.

Sappiamo bene quanto può essere comodo il cellulare (o il tablet, va da sé) in certi momenti della vita. Quando il pargolo urla in auto, quando fa casino al ristorante, quando siamo talmente esausti da aver bisogno di una tregua dalla genitorialità “corretta”. Ehi raga, non siamo mica qui per giudicare.

Però… c’è un però. La verità è che – molto spesso – la strada più difficile, noiosa e rompica**o è anche quella più giusta. Non per noi, nell’immediato, ma per i nostri figli. Francesca Barra, dicevamo, su questo argomento complesso e necessario ci ha scritto un libro, “Il no che vorrei dirtiSmartphone, chat e social. Guida pratica per genitori smarriti“. E noi che siamo ignoranti come capre ma molto interessati, le abbiamo fatto una call per saperne di più. Perché sbagliare è umano, ma continuare a fare caz*ate no.

Francesca, quando hai realizzato che il rapporto smartphone-bambini e genitori fosse un tema da approfondire?

Non è stato un momento, ma una somma di segnali che a un certo punto non potevano più essere ignorati, sia da madre sia da giornalista. Nel 2020, durante la visione del documentario The Social Dilemma, mi spaventai molto. Non solo per le confessioni degli ex dipendenti della Silicon Valley e delle piattaforme che denunciavano il ruolo persuasivo, manipolatorio e capace di creare dipendenza dei social. Ma dall’assenza di una riflessione: in tutto questo noi dove siamo? La nostra capacità critica, intellettuale. 

Quello che mi spaventava in quel momento (e lo stiamo vedendo anche oggi nelle cause milionarie intentate contro Meta e altre piattaforme) era l’idea che fossimo diventati degli zombie di fronte alla manipolazione, incapaci di affermare la nostra volontà, la nostra capacità critica, perfino la nostra capacità di porre un limite, per noi e per i nostri figli. Come se tutto ci fosse sfuggito di mano al punto da renderci schiavi dell’algoritmo. Non me lo aspettavo.

I ragazzi sono diventati sempre più silenziosi, non si riesce a imporre regole sociali e familiari, le domande non arrivano più a noi adulti ma vengono rivolte a interlocutori invisibili, a contenuti estremi consumati senza mediazione, a cattivi maestri che danno l’illusione di esserci sempre e soprattutto di essere gratuiti e facilmente accessibili.

Da giornalista, poi, ho iniziato a incrociare casi di cronaca sempre più simili tra loro: challenge pericolose sui social, sistematicamente sottovalutate dai genitori e considerate luoghi in cui, fisiologicamente, i ragazzi si sarebbero semplicemente incontrati. E ho capito che non stavamo semplicemente crescendo figli in un mondo digitale, ma figli cresciuti dal digitale.

La questione sta diventando sempre più centrale: l’Australia ha vietato i social agli under 16, la Francia ha imposto un limite a 15 anni e in generale sono molti i paesi che stanno valutando proposte per limitare l’uso dei social ai minori. In Italia si inizia a parlarne. È un bene o siamo troppo indietro ancora?

Sì, siamo in ritardo. Le leggi arrivano quando il fenomeno è già esploso. E parlarne, lo vedo ogni giorno, conducendo un programma politico, sembra quasi fuori luogo rispetto alle emergenze che attraversano il Paese e lo scenario internazionale: i conflitti, le tensioni energetiche, la crisi industriale e il rischio di recessione di cui si discute in queste settimane. Se intervieni dicendo che esistono leggi ferme mentre altri Paesi stanno già andando avanti, vieni guardata come un’aliena. Non sono queste, si dice, le priorità degli italiani. Poi però accade il caso di cronaca, quello che ci costringe a fare riflessioni, e allora ci si accorge che forse intervenire prima non era un eccesso di zelo, ma una responsabilità. E che non basta la repressione. Le regole servono, è vero, perché una società senza limiti condivisi smette di essere una comunità e diventa un insieme disordinato di individui. Anarchia. Ma è nelle regole che si costruisce la convivenza, non nella loro assenza. In Italia il dibattito resta timido, spesso schiacciato tra allarmismo e superficialità. Serve una presa di posizione chiara, perché i minori non possono essere lasciati soli dentro ambienti progettati per catturare attenzione e dati. Non è solo una questione individuale, del singolo genitore che controlla o meno. È una questione collettiva: riguarda il tipo di società che vogliamo essere e la capacità di stabilire limiti condivisi prima che siano i fatti a imporceli.

Quali regole hai stabilito tu con i tuoi figli in merito all’uso del cellulare?

Le regole che ho stabilito con i miei figli riguardano prima di tutto la loro sicurezza. Ho un figlio di vent’anni, quindi le regole più restrittive riguardano i più piccoli. Ma è come quando insegni loro ad attraversare la strada a mettersi la cintura in auto, ad accettare il seggiolino, a indossare il casco, le protezioni. Se è la conditio diventerà abitudine accoglierle. E non si tratta solo del cellulare, ma di tutti gli strumenti tecnologici: televisione compresa. Tutto ha un limite, e la priorità resta fare esperienze reali, non avere l’illusione di averle vissute solo perché le si è viste o perché qualcun altro, spesso un cattivo maestro, le ha fatte al posto loro.

La parte più difficile è il no. Perché hai paura di creare distanza, di essere contestata, perché sei stanca e a volte molli. Però perdiamo di vista un punto essenziale: il “no” dei nostri genitori era un confine non discutibile. “Posso andare a un pigiama party?” “No.” “Perché?” “Perché no.” E lì finiva. Non c’era spazio per la replica. Sono tua madre io comando. 

Oggi abbiamo un vantaggio: parliamo il linguaggio dei nostri figli, abbiamo più confidenza, le distanze si sono accorciate. Probabilmente li capiamo anche di più. Abbiamo fatto tesoro dei nostri errori. Eppure, invece di viverlo come un punto di forza, lo trasformiamo in una debolezza. Proprio perché li sentiamo simili a noi, diventiamo meno credibili, perdiamo autorevolezza e facciamo più fatica a imporre regole.

Le mie regole sono chiare: limiti di tempo nell’uso del cellulare; utilizzo consentito solo con contatti selezionati, familiari e poche amiche strette; divieto di condividere fotografie; niente social network; niente cellulare a tavola. Questa, tra l’altro, è diventata una regola reciproca: loro controllano noi, noi controlliamo loro. È quasi un gioco di squadra, ma è soprattutto un’abitudine sana.

All’inizio è stato difficile, soprattutto per noi adulti. La tentazione di prendere il telefono per una ricerca o un messaggio era continua. Ci guardavamo quasi smarriti. Poi, superati i primi giorni, cambia qualcosa: ti accorgi che puoi farne a meno. E per i ragazzi è persino più semplice, perché ho l’impressione che aspettino una via di liberazione da questa dipendenza.

Un’altra regola è che il cellulare non entra nella zona del letto. Il letto è il luogo del sonno, e sappiamo, lo dimostrano molti studi, quanto lo schermo lo comprometta.

Infine, il telefono non è stato regalato come un premio o un rito di passaggio. È stato introdotto come uno strumento: di comunicazione familiare, di consultazione per la scuola, di controllo. Perché se lo trasformi in un oggetto simbolico, in qualcosa da desiderare e possedere, il messaggio diventa un altro: “è mio”. E da lì, rimettere dei limiti diventa molto più difficile.

Spesso noi genitori diamo il cattivo esempio, e siamo i primi incollati allo schermo…

Noi adulti siamo spesso un pessimo esempio, ed è questo il nodo. Non esiste educazione digitale se l’adulto è il primo a essere assente, distratto, dipendente, se è aggressivo nella comunicazione, se ha bisogno di condividere ogni contenuto, se si lascia condizionare dall’assenza di conferme sui social. Se la nostra attenzione è continuamente interrotta da uno schermo, se siamo sempre a scrollare, stiamo insegnando che la relazione è secondaria. E forse abbiamo smesso perfino di parlare di amore. È una responsabilità che precede qualsiasi regola: noi siamo gli adulti.

Tu a che età pensi sia corretto dare il cellulare, e quali dovrebbero essere le tappe corrette?

Sull’età giusta per dare il cellulare, credo che non esista una soglia universale, ma non basta neppure parlare di maturità, perché rischia di diventare un criterio discrezionale con cui continuiamo a sbagliare. La linea più prudente è ritardare il più possibile. Iniziare con un telefono semplice, senza accesso ai social, senza sottovalutare strumenti come WhatsApp: è a tutti gli effetti un social, si pubblicano stati, si condividono immagini e informazioni. E anche se tuo figlio ha pochi contatti, quei contatti possono non avere le stesse regole. È importante chiarirlo.

Pensi ci si debba coordinare tra genitori? E come?

Serve coordinarsi tra genitori? Sì, ed è uno dei passaggi più difficili. Senza un’alleanza educativa, il singolo genitore diventa “quello che proibisce” e il figlio “quello troppo ligio”, mentre è fisiologico che le regole vengano messe alla prova. I ragazzi si muovono per confronto: se tutti hanno accesso illimitato, il limite diventa isolamento. Coordinarsi significa condividere criteri minimi come età, tempi, contenuti , senza pretendere un’uniformità totale, ma costruendo una soglia comune. Ed è difficile, lo so per esperienza diretta.

La scuola in questo senso che ruolo dovrebbe avere?

La scuola ha un ruolo decisivo. Deve educare all’uso critico, spiegare i meccanismi delle piattaforme, affrontare il tema della dipendenza, del linguaggio e della violenza online. E deve farlo insieme alle famiglie, non in loro sostituzione. Oggi, invece, troppo spesso queste due realtà procedono in parallelo, senza incontrarsi. Gli ultimi casi di cronaca lo dimostrano.

Come possiamo mantenere il punto davanti a richieste insistenti, o addirittura discussioni con i nostri figli in merito all’uso del cellulare e di quello che contiene (app, social…)?

Come mantenere il punto davanti alle richieste insistenti? Accettando il conflitto. Il “no” è parte della relazione educativa, non il suo fallimento. Se un limite genera tensione, significa che ha senso. Il problema nasce quando il genitore evita lo scontro per paura di perdere il legame: in quel caso lo perde comunque, ma più lentamente. Essere fermi non significa essere rigidi, significa essere credibili.

Io non sono una mamma perfetta e spesso ho sbagliato. Sento la fatica della responsabilità su ogni aspetto. Ma ho scelto di essere genitore e ho messo in conto che siano una priorità e che sono semi . Determinare come e dove germogliare è un nostro compito. 

La dipendenza dallo smartphone, la necessità di annoiarsi, di staccarsi dagli schermi… e poi i pericoli di Internet, dei social, dell’intelligenza artificiale. Il futuro sembra piuttosto angosciante per i genitori, ci aspetta un compito molto complesso. Come lo vedi il futuro?

Il tema dell’intelligenza artificiale è uno di quelli a cui sono più legata nel libro, perché mi ha portato a fare scoperte sorprendenti. Da un lato emerge una solitudine profonda, dall’altro una necessità crescente di trovare scorciatoie: nella consultazione, nella pazienza, nello studio, nell’approfondimento.

L’intelligenza artificiale può funzionare, ma non vive. Non può amare, non può soffrire fino in fondo, non può fare esperienza del mondo. E quindi non può generare ciò che nasce dall’esperienza umana: la poesia, l’arte, la cultura. Tutto questo non è sostituibile.

L’amore muove il sole e l’altre stelle . Non l’Ia. 

Eppure viene consultata come se lo fosse, umana. Lo abbiamo visto anche in casi di cronaca: ragazzi che chiedono come togliersi la vita senza essere scoperti, senza che si attivi un allarme. Ma non riguarda solo loro. Ci sono adulti che parlano con l’intelligenza artificiale come se fosse una persona, che costruiscono relazioni, che la percepiscono come un amico, un confidente, perfino uno psicologo. Ed è pericoloso.

Ma il punto resta il vuoto. Un vuoto che, se non viene riconosciuto, finisce per essere riempito da algoritmi progettati per trattenere e consumare.

Io non voglio consumare. Voglio nutrire. Il futuro come lo vedo?

Come un big bang. Verrà il giorno e forse lo stiamo già progettando facendo resistenza.

Foto Credit: Cosimo Buccolieri

CONDIVIDI:
Link copiato!