Era da un po’ che non leggevo gli annunci immobiliari e… pheega, qua a Milano sembra davvero che ci sia finita la “casa” in lavatrice col programma sbagliato! Come il cachemerino a cui tenevamo tanto che adesso va bene al massimo al chihuahua pelo lungo della vicina modella, così anche le case che possiamo permetterci sembra siano finite nella centrifuga a 1000 giri dell’eterna bolla immobiliare meneghina. Dodici metri quadrati vista ringhiera, dieci metri con soppalco vista Colonne, sette passi dal letto al fornello (a induzione, per carità), una torsione e un allungamento per arrivare dal bagno alla porta di casa… con un caldo invito a mantenerci in forma e a non prendere nemmeno un grammo, altrimenti restiamo sullo zerbino.
Micro case, trend o necessità?
A riaccendere il polemicone sulle “dimensioni che contano” non è stato l’ennesimo passaggio tv de Il ragazzo di campagna con Pozzetto, ma una “casetta” da 11 metri quadri e rotti finita addirittura davanti al Tar: è abitabile o non abitabile? È una casa o una cabina armadio travestita da boutique? Ci siamo informati: dal 1881, anno di costruzione, quella era sempre stata una casa, con l’agio del bagno sul ballatoio. Dal 1993, tolti i bagni dagli spazi comuni, il proprietario le aveva infilato un bagnato dentro. Nel 2024 ha deciso di sanarlo per poter vendere la casa e qui è partita tutta la menata burocratica rispetto alla metratura minima di 28 metri. Però, menata tardiva rispetto a tutta la pratica, ha detto il Tar che ha dato ragione al proprietario e non al Comune che la considerava non abitabile e non sanabile.
La notizia ha fatto il giro della Circonvalla e di Corso Sempione alla velocità della luce ed è diventata l’apetizer preferito insieme alle patatine: tutti a riempirsi la bocca di spritz, regole e cavilli per capire quanti metri servano davvero per chiamare “appartamento” qualcosa che assomiglia più a una cabina business, peraltro senza hostess e steward a servizio.

Le chiacchiere però stanno a zero, quando a decidere è il mercato: le micro-case esistono, si vendono, si affittano e, soprattutto, fruttano un bel po’ di cash. Non l’avete letta la nostra intervista a Massimo Pepiciello, il king delle microcase, che ce ne proponeva una da 5mq?
In alcune zone più o meno centrali superano tranquillamente i 10 mila euro al metro quadro, con punte che arrivano a 15, 17, o addirittura 18 mila. Roba che a 30 chilometri da Milano ti compri una villetta, o almeno un appartamento in cui fare più di quattro passi di fila: qui invece alleni lo spirito zen in una monacale celletta ultralusso.
Poi ovviamente, siamo a Milano e attorno al micro-living ci abbiamo costruito marketing e storytelling: architetti e designer da anni raccontano il fascino delle tiny house, dei mini loft, dei monolocali trasformabili dove il tavolo diventa letto, il letto diventa divano e il divano diventa pure armadio. Sulle pagine delle riviste di settore quasi ci si masturba di fonte alle immagini di quegli spazi minuscoli che sanno diventare così grandi. Una metafora perfetta del pisello: parquet chiaro, specchi strategici, cucine invisibili e librerie a scomparsa: tutto un vedo-non-vedo estremamente eccitante, che ci fa sembrare 14 metri quadri una pratica sadomaso da club privato. In effetti, se non stai attento, rischi di restare incastrato nel letto richiudibile.
Inutile dire che sui social il fenomeno funziona alla grande. Il “tiny apartment tour” in the new p*rn: persone entusiaste mostrano con orgoglio la lavatrice di Barbie sotto il piano cottura e la bicicletta pieghevole che diventa attaccapanni. Una gang bang di complementi d’arredo minimali. La città, d’altronde, tira più di un pelo di pheega da un pezzo: moda, università, saloni, fuorisaloni, congressi, Olimpiadi… E così il mercato immobiliare ha scoperto un trucco: comprimere lo spazio senza comprimere il prezzo. Taaac! I metri si restringono e il rendimento si impenna.
Poi, oh, diciamocelo: col ca** che qualcuno di noi vivrebbe mai in quei buchi: vogliamo solo sfruttarli come investimenti da rifilare a studenti fuori sede, lavoratori in trasferta, bed&breakfast… e senza breakfast naturalmente perché non sapresti dove mangiare! Insomma, il classico “appoggio” per chi a Milano ci deve e ci vuole passare qualche notte senza impegno. Una volta quando ci facevano vedere gli hotel giapponesi con le stanze fatte a loculi da obitorio inorridivamo: adesso guardiamo il salotto e cominciamo a pensare quanti giapponesi ci potremmo infilare.








