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“Troppo qualificato, così faccio il rider”: la storia di Diego, fumettista e ciclofattorino

Un uomo scrive uno sfogo su Facebook e improvvisamente quello sfogo diventa altro. Diventa un’amara denuncia nella quale molti come lui si ritrovano. Fare un lavoro più modesto rispetto alle reali capacità della persona. Difficile prendersela con qualcuno di preciso: il destino, l’assenza di meritocrazia, la sfiga, l’ambito lavorativo difficile, la crisi, la pandemia, vai […]

Un uomo scrive uno sfogo su Facebook e improvvisamente quello sfogo diventa altro. Diventa un’amara denuncia nella quale molti come lui si ritrovano. Fare un lavoro più modesto rispetto alle reali capacità della persona. Difficile prendersela con qualcuno di preciso: il destino, l’assenza di meritocrazia, la sfiga, l’ambito lavorativo difficile, la crisi, la pandemia, vai a sapere.

Comunque, questa è la storia di Diego Cajelli, rider milanese di quasi 50 anni, riportata anche da Il Giorno. “Faccio il rider perché con un curriculum come il mio sono troppo qualificato per fare qualsiasi altra cosa”, ha scritto su Facebook. “Faccio il rider perché le faremo sapere. Faccio il rider perché ho le mie colpe, i miei difetti, lo faccio perché ho commesso degli errori, come capita a tutti. A quelli come me però, le colpe, i difetti e gli errori non vengono perdonati”, ha ammesso con onestà.


Lui, in realtà, il rider lo fa per necessità ma la sua vera vocazione è quella di fumettista e sceneggiatore: ha lavorato per Sergio Bonelli Editore scrivendo per Zagor, Dylan Dog e altri albi. Un ambito figo, senza dubbio, ma nel quale emergere e mantenersi sull’onda è difficile. Insomma, Diego non è certo un pirla lamentoso, senza arte né parte: ha lavorato per Diabolik e ha partecipato alla creazione della graphic novel Il ragazzo invisibile, collegata al film di Gabriele Salvatores. È stato persino docente alla Scuola del Fumetto di Milano e all’Università Cattolica.

Tanta roba. E adesso? Consegna pizze. Cibo cinese. Panini. Un lavoro dignitosissimo eh, mica facciamo gli snob. Ma non facciamo nemmeno gli ipocriti: se uno ha altre passioni, altri talenti e altre esperienze, ritrovarsi a fare il fattorino può essere svilente. “Faccio il rider perché, mi dicono, non sono stato capace di vendermi. Ma, se fossi stato capace di vendere, non avrei mai fatto il lavoro che ho fatto”. Il fumettista, appunto.

“Faccio il rider perchè uno mi ha detto: ‘ti chiamo dopo che adesso sono incasinato’, è passato un anno e mezzo. Spero abbia risolto i suoi casini. Faccio il rider perchè mi pagano, poco, ma mi pagano sempre. Faccio il rider perchè non sono uno che ha vinto, uno di quelli che splendono nella loro vittoria solitaria, faccio il rider perchè, parrà strano, ma anche i perdenti, gli sfigati e quelli che non ce l’hanno fatta hanno diritto di vivere”. 

Nel mondo dei perdenti, caro Diego, hai tanti colleghi. Che magari si saranno ritrovati nelle tue parole e che avranno pensato: “Non avrei saputo dirlo meglio”.

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