A forza di sentir parlare di moda, design, lusso e archistar abbiamo iniziato a pensare che tutto questo mescolone portasse soldi a pioggia a tutti, quindi sulle prime gli aumenti di prezzi degli ultimi anni non ci hanno preoccupato. Poi abbiamo iniziato a vedere che la spesa al super ci svuotava il portafogli per farci portare a casa sempre meno roba, che l’aperitivo era sempre meno ricco e sempre più caro, che l’affitto e le bollette sono appuntamenti con la mannaia… e abbiamo cominciato a farci qualche domanda. Tipo: vale veramente la pena tutto questo sbatti se il cash gira solo per gli altri?
Negli ultimi cinque anni 178 mila persone hanno deciso che no, a Milano non si può più stare. Hanno fatto i bagagli e si sono spostate nell’hinterland, dove almeno l’affitto non costa come un mutuo a Manhattan. Nel frattempo il costo della vita in città corre veloce: +20% nei prezzi al consumo in otto anni. E così succede che una coppia senza figli, con 1.600 euro al mese, cada nella povertà assoluta. Hai voglia a dire che siamo nella capitale economica d’Italia: qui uno stipendio normale non basta nemmeno per piangere.
Tutti questi dati vengono da una ricerca del centro Aaster e sono stati snocciolati durante la Giornata diocesana Caritas e quella mondiale dei poveri, in un convegno al centro Schuster. Presenti anche il sindaco Sala e l’arcivescovo Delpini. Punto di partenza, un piccolo dettaglio: nell’ultimo anno 34 mila persone si sono rivolte ai centri Caritas per chiedere aiuto. E indovinate un po’? In un caso su quattro, parliamo di gente che ha un lavoro, sì, ma con lo stipendio troppo basso per poter sopravvivere nella città che si definisce “traino del Paese”, ma che sta finendo a lasciare indietro i suoi cittadini.
La città che ti sfratta con stile
La metà scarsa dei milanesi riesce a vivere senza troppi problemi. L’altra metà arranca tra rate, affitti e bollette. Il 36% dice di avere “qualche difficoltà” ad arrivare a fine mese. Un eufemismo: per il 14%, le difficoltà sono “forti”. In tanti finiscono sotto sfratto o con la casa all’asta, giusto per aggiungere un po’ di adrenalina alla routine urbana.
Il sindaco Sala, dal canto suo, ha ricordato che Milano dispone di 60-70 mila alloggi di edilizia popolare su 800 mila appartamenti totali. “Una cifra rilevante”, ha detto. E in effetti lo è: peccato che non basti neanche lontanamente a contenere la domanda, e che senza la Caritas — ha ammesso lui stesso — il Comune non saprebbe come rispondere “a tutti i bisogni”. Milano capitale dell’efficienza, ma con la rete di sicurezza delegata alla beneficenza.
Lo stipendio più alto (degli altri)
Secondo la ricerca, la retribuzione media annua dei dipendenti milanesi supera i 34 mila euro, il 45% in più rispetto alla media nazionale. Una città da record, certo. Ma basta guardare meglio: gli operai e chi svolge lavori meno qualificati guadagnano il 72% in meno della media privata. Così, mentre i manager discutono di “welfare aziendale” davanti a un cappuccino da sei euro, chi pulisce i loro uffici si chiede se domani potrà permettersi il biglietto dell’autobus.
E poi c’è il tema casa, il grande classico milanese soggetto a bolle quasi quanto un eritema… e in effetti il fastidio è lo stesso. Per essere sostenibile, il costo dell’abitazione non dovrebbe superare il 30% del reddito. Peccato che negli ultimi otto anni i prezzi d’acquisto siano aumentati del 58%, mentre gli alloggi in affitto a canone equo sono scesi dal 79 al 64%. Il resto? Airbnb e compagnia: gli affitti brevi occupano ormai un terzo del patrimonio edilizio. La Milano turistica vince sempre: peccato che molti milanesi finiscano a fare i pendolari e a guardarla da lontano.
Fraternità, ma premium
Davanti a tutto questo, l’arcivescovo Delpini ha invitato a “mettere al primo posto la persona e le relazioni, non le statistiche”. Un messaggio sincero, certo. Solo che qui le statistiche sono persone: sono famiglie sfrattate, lavoratori poveri, giovani adulti che tornano dai genitori perché affittare un monolocale costa come un salario intero.









