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Le Birkenstock non sono arte, per il tribunale si possono imitare

Via libera alle copie degli iconici sandali amati dai radical chic

Belle o brutte notizie oggi, a seconda del punto di vista: parliamo del sandalo Birkenstock. Sì, quei sandali tedeschi che o li ami o li odi. O sei uno che li indossa con fierezza tutto l’anno (calzino bianco incluso, perché l’abbinamento va incredibilmente di moda), o sei uno di quelli che “ma che sono ‘ste ciabatte da frate francescano?”.

Ebbene, oggi la notizia è questa: secondo la Corte federale di giustizia tedesca, il tribunale di ultima istanza civile e penale in Germania, i sandali Birkenstock NON sono un’opera d’arte.

BOOOM.

La battaglia giudiziaria del sandalo più controverso di sempre

La sentenza è arrivata alla fine di una causa legale intentata dalla stessa Birkenstock, che aveva accusato tre aziende concorrenti di aver scopiazzato quattro dei suoi famosi modelli. La Birkenstock aveva già provato a registrare il pattern della suola come marchio europeo, tentando di trasformare la sua iconica impronta in un’opera d’arte brevettata e riconoscibile a livello globale. L’idea? Proteggere quel motivo a onde che lasciano un’impronta inconfondibile su sabbia, terra e ovunque.

Ma l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale ha detto “Ma anche no“, e il Tribunale ha confermato il verdetto:

“Il pattern della suola non ha nulla di così distintivo da renderlo un’opera d’arte”.
In parole povere: Birkenstock, scialla, non è che se vendi scarpe a cifre assurde, allora sei arte. La sentenza è arrivata dopo che, nel 2019, Birkenstock aveva provato a blindare il proprio design per non farselo scopiazzare in giro. Ma la risposta dell’UE è stata chiara: quel motivo ondulato non è sufficientemente unico per meritare una protezione esclusiva. E quindi? Vuol dire che chiunque può fare suole simili senza che i tedeschi si lamentino? Esatto.

Birkenstock: da scarpa da frate a must-have fashion

Ora, che il sandalo Birkenstock non sia propriamente un’opera d’arte possiamo anche accettarlo. Ma negare che abbia avuto un impatto culturale devastante sarebbe da folli. Pensateci: fino a una ventina d’anni fa, era roba da boomer o da gente che passa le estati a piantare tulipani in Olanda. Poi, BOOM, il rebranding perfetto. Grazie alla moda che ha trasformato l’anti-estetica in fashion statement, i sandali Birkenstock hanno colonizzato gli armadi dei radical chic, diventando accessorio fondamentale per chi vuole sembrare un casual fighetto finto easy.

E la conferma è arrivata nel 2021, quando il Gruppo L Catterton (sì, quello legato a LVMH, il colosso del lusso di Louis Vuitton) ha comprato il brand tedesco per circa 4 miliardi di euro.

Quattro miliardi. Per delle ciabatte. Fate voi.

Alla fine, la sentenza dell’UE cambia poco per noi comuni mortali. Chi le amava, continuerà a metterle con la convinzione di essere un intellettuale parigino in vacanza in Toscana. Chi le odiava, continuerà a guardarle con diffidenza, chiedendosi perché la gente paghi 150 euro per delle scarpe che sembrano rubate a un podologo tedesco. E intanto Birkenstock se la ride comunque: il 2023 è stato l’anno migliore della sua storia, con 1,3 miliardi di fatturato e una quotazione in borsa che ha fatto il botto. Ottimi anche i ricavi del primo trimestre 2025, che hanno battuto le aspettative di Wall street registrando un incremento del 19% a 361,7 milioni di euro. 

Altro che opera d’arte: qui il vero capolavoro è il business. Che però adesso si può copiare serenamente.

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