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Umiliato e poi licenziato perché vuole fare il papà, va in depressione: operaio vince la causa

La vicenda arriva da Trento e racconta una storia che riporta al centro un tema sempre più discusso: il diritto dei padri a conciliare lavoro e famiglia senza subire discriminazioni.
29 Giugno 2026

Per anni si è sentito mettere da parte, svalutato e preso di mira. Prima il demansionamento, poi le battute offensive per aver richiesto i permessi di paternità e infine una situazione che, giorno dopo giorno, ha avuto conseguenze pesanti sulla sua salute mentale. Ora, dopo una lunga battaglia legale, un operaio trentino ha ottenuto giustizia: il tribunale ha dichiarato illegittimo il licenziamento e ha ordinato il suo reintegro in azienda, oltre a un importante risarcimento economico.

La vicenda arriva da Trento e racconta una storia che riporta al centro un tema sempre più discusso: il diritto dei padri a conciliare lavoro e famiglia senza subire discriminazioni.

Da responsabile alla pulizia dei macchinari

L’operaio, oggi quarantenne, lavorava nell’azienda dal 1997. Per molti anni aveva ricoperto il ruolo di capo macchina, una posizione di responsabilità ottenuta nel 2004 grazie all’esperienza maturata all’interno dello stabilimento.

Secondo quanto ricostruito nella sentenza del tribunale del lavoro di Trento, i problemi sarebbero iniziati nel 2015, con l’arrivo di un nuovo direttore di stabilimento e di un nuovo capo reparto.

Nel giro di poco tempo il lavoratore sarebbe stato progressivamente demansionato. Da capo macchina a “secondo”, poi addirittura a “terzo”, fino a svolgere attività come movimentazione dei carichi e pulizie dei macchinari, mansioni che normalmente venivano affidate ai neoassunti.

Una situazione che aveva creato imbarazzo persino tra i colleghi. Alcuni, come emerge dagli atti, gli avrebbero detto frasi come: “Ti hanno messo in castigo” oppure “Mi sento in imbarazzo a doverti dire cosa devo fare”, proprio considerando la sua lunga esperienza in azienda.

Le battute sui permessi di paternità

Tra gli episodi finiti al centro della causa c’è anche quello legato alla nascita del figlio nel 2017.

L’operaio aveva scelto di usufruire dei permessi di paternità per occuparsi del bambino insieme alla compagna. Una decisione che, secondo quanto emerso nel processo, sarebbe stata accolta con scherno da parte del capo reparto.

La sentenza riporta una frase che sarebbe stata pronunciata nei suoi confronti:

“Caspita, almeno fatti crescere le tette se stai in allattamento, vergogna”.

Un episodio che, secondo le testimonianze raccolte, non sarebbe stato isolato. Uno dei testimoni ascoltati durante il procedimento ha raccontato che, parlando proprio delle assenze del lavoratore per i permessi di paternità, alcuni dirigenti avrebbero commentato che “occorreva punirne uno per educare gli altri“. Che merd…

La depressione e l’assenza dal lavoro

Nel corso degli anni la situazione sarebbe progressivamente peggiorata fino a sfociare in un vero e proprio disagio psicologico.

La sentenza parla infatti di “disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso”, una condizione che, secondo i consulenti nominati dal tribunale, si è trasformata in un quadro di depressione cronica.

Gli specialisti Marco Scillieri e Angelo Bolaffi hanno individuato un collegamento tra le condotte contestate e il peggioramento dello stato di salute del lavoratore.

Tra il novembre 2019 e il luglio 2022 l’operaio è rimasto assente dal lavoro per almeno 194 giorni a causa delle proprie condizioni psicologiche. Pochi mesi dopo è arrivato anche il licenziamento.

Il tribunale di Trento dà ragione al lavoratore

Con una sentenza resa pubblica nei giorni scorsi, il giudice del lavoro Giorgio Flaim ha accolto le richieste dell’operaio.

La società dovrà reintegrarlo nel posto di lavoro e versargli tutti gli stipendi arretrati maturati dal mese successivo al licenziamento, avvenuto il 28 luglio 2022, fino al 14 ottobre 2024, oltre agli interessi legali e ai contributi previdenziali.

A questo si aggiunge un risarcimento di 11.351 euro per il danno non patrimoniale.

Il giudice ha inoltre riconosciuto un danno permanente all’integrità psicofisica pari al 6%, direttamente collegato allo stato depressivo sviluppato nel corso degli anni.

Una sentenza che riapre il dibattito sui diritti dei padri

La vicenda accende ancora una volta i riflettori su un tema che riguarda migliaia di lavoratori: la possibilità di esercitare i propri diritti familiari senza temere ripercussioni sul posto di lavoro.

I permessi di paternità sono previsti dalla legge e vengono utilizzati sempre più spesso dai padri italiani. Eppure, casi come questo mostrano come in alcuni contesti continuino a sopravvivere stereotipi culturali difficili da sradicare.

Dopo quasi tre anni di battaglia giudiziaria, il lavoratore ha ottenuto il riconoscimento delle proprie ragioni. Una decisione destinata a far discutere e che potrebbe diventare un precedente importante per situazioni simili in futuro.

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