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Adesso pure la pizza è diventata un lusso: in sei anni prezzi aumenti del 20%

C'è di buono che la città più cara (per una volta) non è Milano.

Un tempo bastavano due spicci per una margherita e una birretta. In molti paesi d’Italia è ancora così eh, va detto. Nel Sud Italia, patria della pizza, te la cavi ancora con 3,50. Per chi sta al Nord, però, la situa è un po’ diversa: oggi servono quasi 20 euro. Whaaat?

La pizza bene di lusso

Ce lo dicono i dati (e anche il portafoglio, ogni volta che apriamo il menù) del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), che ha realizzato un’indagine sui listini della pizza: negli ultimi sei anni i prezzi sono saliti del +18,3%. Per una cena standard — pizza, bevanda, coperto, servizio e botta emotiva finale — si spendono in media 12,14 euro a testa. Che, ok, in senso assoluto non è tanto, ma considerando che qualche anno fa spendevamo molto meno, il dato sicuramente fa incazzare.

E no, non stiamo parlando di pizze con tartufo o pata negra, ma delle classiche, quelle che una volta ordinavi senza pensarci. Ora invece rischi di lasciarci mezza busta paga, soprattutto se ti azzardi ad andare a Reggio Emilia, dove — tenetevi forte — il conto medio è di 17,58 euro. Avete letto bene: diciassette euro e cinquanta per una pizzata, che comprende una pizza e una bevanda, oltre al coperto e servizio se previsti. A quel punto uno si aspetta almeno che l’impasto lo faccia Massimo Bottura in persona.

Segue Siena con 17,24 euro, poi Macerata con 16,25. In tutto, sette province italiane hanno superato i 14 euro di media. Altro che “pasto democratico”: qui siamo nel regno delle pizze premium edition. E sì, Milano si piazza comodamente nella top ten dei rincari — strano, eh? — mentre al Sud e nelle isole si respira ancora un po’ di normalità (per ora). La meno cara è Livorno, con un costo medio di 8,75 euro a pasto, a cui si affiancano Reggio Calabria (9,15 euro), Pescara (9,37 euro) e Catanzaro (9,96 euro), uniche province con una spesa inferiore ai 10 euro a consumazione.

«Alla base dei rincari che hanno colpito uno dei prodotti alimentari più apprezzati nel mondo, ci sono una serie di fattori – ha commentato il presidente del comitato scientifico del Centro di formazione e ricerca sui consumi, Furio TruzziPrima la pandemia Covid, poi il caro-energia, hanno determinato una crescita dei costi in capo alle pizzerie che sono stati scaricati sui consumatori finali attraverso un incremento dei prezzi al dettaglio. In un secondo tempo, la guerra in Ucraina con la crisi di alcune materie prime, a partire da farina e olio utilizzati per la preparazione della pizza, hanno causato ulteriori rialzi dei listini al pubblico, aumenti che non sono rientrati al termine dell’emergenza. E questo perché la pizza è un alimento talmente amato dagli italiani da essere diventato un bene a domanda rigida: il suo consumo cioè non cambia al variare del prezzo, a tutto vantaggio dei pubblici esercizi».

Il paradosso? Il consumo resta altissimo: 7,8 chili a testa l’anno. E il giro d’affari supera i 25 miliardi di euro. La pizza non è solo una cena: è un business, e pure serio. Colpa di chi? Un mix letale: inflazione, bollette fuori scala, materie prime rincarate e un pizzico di moda “gourmet”, che ci ha fatto credere che una fetta di mortadella su una base croccante valga 16 euro. Spoiler: non li vale.

Autrice: Francesca Tortini

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