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Napoletana o romana? E niente, adesso il trend è la Pizza Tokyo Style

A fare la differenza è soprattutto la lavorazione dell'impasto. Qui niente schiaffi e movimenti energici ma tocchi delicati con la punta delle dita.
23 Giugno 2026

Per anni il dibattito sulla pizza è rimasto bloccato nelle solite guerre di religione: napoletana o romana, alta o bassa, tradizionale o gourmet. Adesso però è arrivata la pizza Tokyo Style. E no, tranquilli: non significa sushi sopra la margherita o robe fusion fatte solo per prendere views su TikTok.

Il punto è molto più interessante. Perché questa nuova wave racconta cosa succede quando uno dei simboli assoluti dell’Italia entra nella cultura globale e viene reinterpretato con altri codici, altre ossessioni e un altro modo di vedere il food.

Pizza Tokyo Style, capiamo

La pizza Tokyo Style nasce nella scena gastronomica giapponese contemporanea, dove negli ultimi anni tanti pizzaioli hanno iniziato a trattare la pizza quasi come un oggetto di design: impasti studiati al millimetro, equilibrio totale nei sapori, leggerezza estrema e attenzione maniacale ai dettagli.

Ma chi l’ha inventata? Il king è Tsubasa Tamaki, protagonista del nuovo Pizza Studio Tamaki. Dopo il pop-up sold out dello scorso febbraio, il passaparola ha fatto il resto: la sua interpretazione giapponese della pizza sta conquistando appassionati e critici gastronomici da ogni parte del mondo.

A consacrarne definitivamente il successo è stato anche il New York Times, che ha definito Tamaki «uno dei pizzaioli più acclamati», contribuendo a far esplodere la curiosità attorno a questo stile nato in Giappone ma con profonde radici italiane. Del resto, il pizzaiolo giapponese era già un nome di primo piano nel settore: nel 2025 si è classificato al decimo posto nella prestigiosa classifica The Best Pizza Chef, dominata dagli italiani Francesco Martucci e Franco Pepe.

Dietro la nascita della pizza Tokyo style c’è soprattutto il lavoro di Tamaki e del suo maestro Susumu Kakinuma, figure che hanno avuto un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura della pizza in Giappone. La base di partenza, però, resta saldamente ancorata alla tradizione napoletana. Kakinuma si è formato proprio a Napoli e ha poi portato quell’esperienza nelle sue pizzerie giapponesi, tra cui la celebre Seirinkan di Tokyo. Qui, seguendo una filosofia che richiama quella della storica Da Michele, il menu ruota attorno a pochi grandi classici come margherita e marinara, preparati con ingredienti italiani di alta qualità e impasti studiati nei minimi dettagli.

A completare il quadro c’è un forno a legna progettato dallo stesso Kakinuma per raggiungere temperature particolarmente elevate e garantire una cottura distintiva. Tamaki ha imparato questo approccio lavorando al suo fianco, prima di aprire il primo Pizza Studio Tamaki a Tokyo e successivamente esportare il format a Bangkok, Singapore e in altre città asiatiche, continuando nel frattempo a sperimentare e perfezionare la sua idea di pizza.

La sua celebre pizza Tokyo style nasce da una ricetta curata nei minimi dettagli: un mix speciale di farine per ottenere una croccantezza fuori dal comune, 30 ore di fermentazione e una cottura particolare che prevede l’aggiunta di trucioli di cedro nel forno e sale di Okinawa sparso direttamente sulla pietra.

A fare la differenza, però, è soprattutto la lavorazione dell’impasto. Qui niente schiaffi e movimenti energici in stile napoletano: il pizzaiolo lo maneggia esclusivamente con la punta delle dita, cercando di preservare tutta l’aria al suo interno. Il risultato? Una base piena di bolle che, una volta in forno, si gonfiano e si tostano creando la caratteristica consistenza leggera e croccante. Come aveva spiegato lo stesso Tamaki a Broadsheet in occasione dell’apertura del locale a Sydney, si tratta di una tecnica estremamente delicata, pensata proprio per mantenere intatta la struttura dell’impasto senza far collassare le bolle d’aria.

La differenza con la pizza napoletana

La differenza più evidente non sta tanto negli ingredienti, quanto nell’approccio.

La pizza napoletana vive anche di istinto, caos controllato, cornicioni esplosi e goduria immediata. La pizza Tokyo Style, invece, sembra passata attraverso un filtro ultra clean: impasti leggerissimi, topping costruiti con precisione chirurgica, estetica minimale e una cura quasi zen del dettaglio.

Più che reinventare la pizza, il Giappone sembra aver preso alcuni concetti italiani — tecnica, artigianalità, qualità delle materie prime — e averli portati in modalità hard level. Ed è proprio questo che manda in tilt internet: sembra contemporaneamente familiarissima e totalmente nuova.

La pizza giappo spacca

Negli ultimi anni il Giappone è diventato uno dei posti più interessanti al mondo per la reinterpretazione della cucina italiana. E il motivo è abbastanza semplice: lì la cultura della specializzazione è una roba serissima.

Molti pizzaioli giapponesi studiano tecniche italiane per anni, lavorando sulla ripetizione del gesto, sulle fermentazioni, sulla qualità delle farine e sulla precisione assoluta dei movimenti. La parte assurda? Tante reinterpretazioni non nascono dalla voglia di “migliorare” la pizza italiana, ma quasi dal contrario: da una forma di rispetto totale verso il prodotto originale.

La pizza Tokyo Style è top per i social

Poi c’è un altro tema impossibile da ignorare: la pizza Tokyo Style online spacca.

Gli impasti super airy, i movimenti precisissimi dei pizzaioli, l’estetica minimal, i topping perfetti, le inquadrature ultra satisfying: tutto sembra progettato per performare bene su TikTok, Instagram Reels e shorts vari.

Oggi il food non deve solo essere buono. Deve anche essere instagrammabile. Condivisibile in tre secondi netti. E da questo punto di vista il Giappone è avanti anni luce sul food content.

Perché questo trend divide?

La pizza Tokyo Style divide perché la pizza, in Italia, non è solo cibo. È identità culturale. È infanzia. È tradizione. È comfort zone.

Quindi ogni reinterpretazione viene vissuta da qualcuno come un affronto personale, quasi come se stessero toccando un pezzo di patrimonio nazionale.

In realtà questo trend racconta semplicemente una cosa: quando un prodotto diventa davvero globale, smette inevitabilmente di avere una sola versione possibile.

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