Ciro Di Maio è uno chef di 36 anni, titolare della pizzeria “San Ciro” a Brescia. Presente Brescia, lungo la A4, quell’Autostrada in cui molti di noi smadonnano la mattina?! Ecco, prima che qualcuno dica “Uè, phee… c***o c’entra Brescia”, precisiamo: ci siamo permessi una deviazione dalla Circonvalla perché Ciro ha avuto un’idea geniale, a riprova che si può fare business restando umani. Non ci credete, vero? Leggete qua…
La pizza-terapia
Ciro ha imparato a cucinare dalle suore, a Napoli, dove andava da bambino con suo padre, cuoco volontario alla mensa dei poveri. Così, Ciro ha colto presto come mettere insieme l’arte di cucinare e quella di aiutare gli altri, mentre suo padre faceva di tutto per insegnargli anche il modo di stare lontano dai guai… che nei quartieri popolari di Napoli abbondavano ben prima di “Mare Fuori”.
A 14 anni Ciro inizia a lavorare mentre studia; a 18 mette tutto in valigia e parte con l’idea precisa di fare il cuoco di professione: dopo la gavetta fra alberghi e ristoranti, approda a Brescia e, fra una pizza e un friariello, fa conoscere la sua cucina napoletana ai “polentoni” locali.
Ciro, però, non dimentica da dove è partito e continua a unire cucina e progetti sociali: tiene corsi di cucina a disoccupati e carcerati e, a un certo punto, diventa amico di un educatore che lavora in una comunità per ragazzi con problemi di salute mentale. Parentesi: gli ultimi dati fanno spavento, dal Covid in avanti gli adolescenti sembra che non riescano a scollarsi di dosso ansia e cellulare… senza contare quelli che arrivano da situazioni familiari problematiche. Insomma, per restituire loro la voglia di vivere Ciro e la Cooperativa Fraternità Giovani mettono in piedi il progetto di Pizza-Terapia “Mani im-Pasto”.
Vero, la pizza mette sempre allegria, ma farla preparare a dei ragazzini fra i 12 e i 18 anni pare abbia un vero effetto terapeutico. Meglio dello Xanax, di una can*a o di qualunque altro supporto usiate per il vostro umore.
Ciro, come ti è venuta questa idea?
Io da sempre mi rilasso e mi diverto cucinando. Quando ho conosciuto la cooperativa ho subito proposto di organizzare un evento per i ragazzi, poi abbiamo pensato proprio di insegnare loro a fare la pizza.
Ma perché la pizza e non i friarielli, ad esempio?
Perché la pizza accomuna tutti, unisce tutte le religioni e tutte le etnie. È un simbolo di integrazione e di inclusione da prima che “integrazione” e “inclusione” diventassero di moda. Musulmani, buddisti, vegetariani, persino vegani… la pizza parla a tutti!
Che fate con i ragazzi?
Organizziamo una decina di incontri per insegnare loro a preparare la pizza alla napoletana. Perché a Brescia – diciamolo – non fanno la pizza… fanno i biscotti! Invece i ragazzi con me imparano a fare la pasta morbida ed elastica, a cucinare il sugo con i pomodori di terra e a usare la mozzarella vera, non quei panetti giallognoli che si trovano in giro…
E come si agganciano ragazzi che hanno magari poca voglia di vivere, figuriamoci di cucinare?
Col loro linguaggio e con una bella spolverata di ironia e sfottò. Io la meno sui “biscotti” e sul fatto che qui al nord fate i soldi perché siete imprenditori, ma la pizza la sappiamo fare noi terroni… Allora i ragazzi mi prendono in giro perché ho pochi capelli… E io rispondo che per il sugo i pelati sono perfetti… E avanti così! Non è un semplice corso di cucina, ma un pezzetto di un percorso più grande: i ragazzi si mettono alla prova nel mondo reale, in un contesto professionale vero, ma sono sempre accompagnati dagli educatori, che li aiutano a conciliare i loro tempi e le loro dinamiche con la realizzazione di un progetto.
Tu hai lavorato anche con i carcerati. Insomma, trovi e porti il buono dappertutto.
Ti dirò di più: per sopravvivere alla vita di m. in carcere devi avere capacità superiori alla media ed è evidente che queste persone le avessero anche prima, ma le hanno messe in campo nelle attività sbagliate. Io ho avuto la fortuna che mio padre ha fatto di tutto per tenermi lontano dalla strada, ma non sono tutti così fortunati. Idem i ragazzi che finiscono in comunità, che spesso hanno avuto una famiglia assente e hanno vissuto per strada, senza una guida e senza un modello.
Come fai a conciliare lavoro, corsi, gestione del ristorante… ?
La gestione è in mano a mia madre a alla mia compagna, perché le donne in questo hanno una marcia in più. Io mi occupo della cucina e del rapporto con i clienti e con i ragazzi. La cosa che mi preme di più insegnare loro è che cucinare per una persona è l’atto d’amore più grande nei suoi confronti… Poi chiaro, è anche un modo per avere un lavoro con cui girare il mondo ed essere indipendente. Per questi ragazzi è importante rompere i vecchi schemi.
Con le mani in pasta magari rompono anche gli schermi e si staccano finalmente dai social…
In effetti, questo dovremmo sperimentarlo anche con gli adulti. Quanti ne vedo che non si scollano dal telefono nemmeno quando mangiano… Ma li voglio vedere a scrollare lo schermo con le mani piene di farina, acqua e olio!
Raga, a noi è venuta fame… Pizza per tutti?









