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La Francia vieta i social agli under 15: il precedente australiano, però, non è andato benissimo

Appena tre mesi dopo che la legge era entrata in vigore, oltre l’85% degli adolescenti intervistati utilizzava ancora le piattaforme barando clamorosamente (e molto facilmente)
22 Luglio 2026

La Francia vieta i social agli under 15. Il Parlamento francese ha approvato la proposta il 21 luglio, con 243 voti contro 2 al Senato e 279 contro 81 all’Assemblea nazionale. Il testo dovrebbe entrare in vigore dal 1° settembre 2026, giorno a partire dal quale un minore di 15 anni francese non potrà aprire un nuovo account social. Per gli account già attivi è previsto una transizione di quattro mesi, con il divieto pienamente operativo dal 1° gennaio 2027.

I cugini d’Oltralpe non prevedono la possibilità di aggirare il divieto con il consenso dei genitori e riguarda in linea di principio tutti i servizi qualificabili come “social network”, senza una lista precisa.
Salve enciclopedie online, repertori educativi o scientifici e piattaforme open source a finalità educativa.
La messaggistica interpersonale non dovrebbe essere coinvolta, mentre i servizi ibridi come YouTube e WhatsApp dovrebbero controllare l’età soltanto per le funzioni “sociali”: commenti, condivisione, canali e diffusione pubblica di contenuti.

Il precedente Australiano

L’iniziativa francese arriva qualche mese dopo il divieto australiano che ha coinvolto i sedicenni e che si è rivelata un mezzo fiasco. Partita in tromba come un canguro, l’Australia ha provato prima degli altri a fare per legge quello che tutte le sere milioni di genitori tentano fra bestemmie, minacce e Wi-Fi staccato senza preavviso: togliere i social agli adolescenti. E gli adolescenti australiani hanno reagito come gli adolescenti di tutto il mondo: raccontando un sacco di balle. Hanno cambiato la data di nascita e aperto nuovi profili, utilizzato account falsi, navigazione privata e documenti di altri. Volevamo che fossero più maturi? E loro hanno barato clamorosamente sulla data di nascita, fingendo di essere più grandi. Ha una sua logica…

Dal 10 dicembre 2025 Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, X e YouTube avrebbero dovuto adottare «misure ragionevoli» per impedire agli australiani con meno di 16 anni di creare o conservare un proprio account. Però, non sono previste sanzioni per i ragazzi che lo fanno, né per i genitori che non riescono a impedirlo. La responsabilità è delle aziende, che rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. È l’autorità nazionale per la sicurezza online che lo precisa: non è un divieto assoluto, ma un “rinvio dell’età” alla quale si può possedere un profilo. Una grandiosa supercazzola, insomma. Messaggistica, videogiochi e altri contenuti senza autenticazione restano accessibili.

Il primo check non è andato benissimo: una ricerca dell’Università di Newcastle, verificata e pubblicata dalla British Medical Association, ha seguito 408 ragazzi tra i 12 e i 17 anni, intervistati un po’ prima della legge e circa tre mesi dopo. Risultato: più dell’85% degli under 16 dichiarava di utilizzare ancora almeno una delle piattaforme social che avrebbero dovuto evitare e, a seconda dell’età, tra il 54 e il 67% continuava a farlo con un proprio account. Sì, qualcuno è incappato in qualche check dell’età, tipo? dichiarare l’età o caricare un selfie. Roba da servizi segreti, eh?! Infatti, tra il 15 e il 19% degli intervistati ha ammesso di aver usato un account falso, tra il 6 e l’11% ha fatto ricorso alla navigazione privata… e tutti gli altri probabilmente hanno mentito agli intervistatori.

L’utilizzo quotidiano è rimasto sostanzialmente invariato tra i dodici e i tredici anni; tra i quattordici e i quindici è sceso dal 78 al 69%, insieme a una piccola riduzione del tempo trascorso online ma i ricercatori non hanno prove sufficienti per attribuire alla legge una diminuzione sostanziale dell’uso dei social. Insomma, quasi come il divieto di fumo alle fermate del tram: c’è il cartello ma tutti se ne fo**ono beatamente.

Non vogliamo certo dire che sia tutto un flop… Diciamo mezzo, dai, perché comunque il campione dei ragazzi ascoltati – soprattutto nel Nuovo Galles del Sud – non è enorme, e in più considerava per lo più le dichiarazioni degli stessi intervistati. Tre mesi, inoltre, sono pochini per capire se la legge ha un effetto serio oppure è stata una tavanata: lo studio misura l’uso dei social, non gli eventuali cambiamenti per salute mentale, sonno, esposizione a contenuti pericolosi o casi di autolesionismo. Insomma, al momento sembra che la porta non funzioni ancora benissimo, ma non si può dire esattamente se la casa sia più o meno sicura di prima.

Un’altra ricerca, questa fatta dall’eSafety Commissioner su 898 genitori di bambini e ragazzi tra gli 8 e i 15 anni, ha registrato una diminuzione dal 49,7 al 31,3% della quota di ragazzini con almeno un account sulle piattaforme interessate. Non malaccio… eppure, sette su dieci di quelli che avevano già un profilo su Facebook, Instagram, Snapchat o TikTok ce l’hanno ancora. Perché? Nel 66,8% dei casi la piattaforma non ha chiesto l’età. Un altro studio su 746 adolescenti australiani dice che solo il 27% dei quattordicenni e quindicenni ha rispettato il divieto. Perché? Semplice: senza social si resta tagliati fuori, è questo che dovrebbero capire innanzitutto gli adulti che cercano di regolamentarli.

L’Australia ha scelto di mettere un po’ di fuoco sotto la sedia delle Big Tech: il governo ha annunciato il raddoppio delle sanzioni massime a 99 milioni di dollari australiani e più poteri investigativi per eSafety, che sta verificando l’impegno di Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. Ma perché mai le aziende che guadagnano trattenendo online le persone dovrebbero impegnarsi per tenerne fuori una parte? Diciamo allora che i controlli governativi dovrebbero essere un filino più decisi.

I risultati australiani ci dicono molto di quello che probabilmente accadrà in Francia e nel resto d’Europa, visto che il Parlamento europeo chiede a tutti gli Stati membri una soglia comune almeno a 16 anni per l’accesso ai social, con consenso dei genitori tra i 13 e i 16. In Italia, il Senato continua a discutere il disegno di legge 1136 sulla tutela dei minori nello spazio digitale ma l’esempio dell’Australia dimostra che senza sanzioni concrete, anche ai ragazzi e alle famiglie oltre che alle Big Tech, non si va da nessuna parte.

Stabilire un’età e un divieto è facilissimo. Solo che lo è anche inventarsi una nuova data di nascita: avevamo la faccia da c*** di farlo noi per entrare in discoteca, figurati che ci vuole a farlo dietro uno schermo?!

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