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I datori di lavoro non guardano più il curriculum, ma i social (quindi occhio)

Secondo Indeed il 73% delle aziende controlla i profili dei candidati, che diventano una specie di curriculum ombra
26 Agosto 2026

Fra i buoni propositi per settembre avete quello di trovare un nuovo lavoro? Bene, allora passate agosto a sistemare i vostri profili social. Sì, perché secondo un’indagine di Indeed condotta su 500 aziende e 500 persone in cerca di occupazione, ogni profilo pubblico funziona ormai come “curriculum ombra”. In pratica, se vi candidate per una posizione e riuscite ad attirare un minino di attenzione con il curriculum ufficiale, molto probabilmente i selezionatori copieranno il vostro nome e cognome e lo incolleranno nella finestrella “Cerca” su LinkedIn, Istagram, TikTok, Facebook… D’altronde, non è quello che facciamo tutti quando arriva un nuovo collega o una nuova responsabile?

Vai con i dati

Nel sondaggio il 73% dei datori di lavoro afferma di consultare i social durante la selezione. Tra quelli che li scrutano con attenzione, addirittura il 70% dice di avere interrotto almeno una volta una candidatura a causa di quello che aveva trovato online. Capito? Non vuol dire che sette aziende su dieci scartino sistematicamente qualcuno per un post, ma comunque che sette su dieci fra quelle che svolgono il controllo lo avrebbero fatto almeno una volta. Comunque conta, ecco.

Che cosa fa alzare il sopracciglio del vostro recruiter? Nel 42% dei casi contenuti incompatibili con la responsabilità civica o sociale – quel video sbronzi a 150 all’ora, ad esempio; nel 41% incongruenze fra curriculum e profilo – vi spacciate per inglese madrelingua e commentate “Beautiful Bitch” sotto una spiaggia; nel 37% comportamenti poco professionali – quel lungo e a dir poco colorito post di sfogo contro il vostro collega. Magari sareste bravissimi nel lavoro per cui vi candidate, ma non siete stati abbastanza bravi a togliere dalla rete queste info molto esplicite. È una competenza anche questa, visto che questo esame occulto di “rispettabilità” è molto frequente.

Le percentuali dei recruiter attenti è molto alta. Ma i candidati? Secondo il più grande motore di ricerca di lavoro al mondo solo il 24% degli aspiranti lavoratori dichiara di modificare i propri account prima di candidarsi. Tra quanti intervengono sul profilo, il 46% rivede i contenuti per apparire più professionale, il 45% cambia foto o bio, il 22% ritocca le impostazioni della privacy e il 16% elimina o nasconde post e immagini ritenuti “sconvenienti”… tipo quella volta che urlavate a petto nudo sotto il palco di Vasco (Springsteen, Pausini, Cremonini…) a San Siro.

I più attenti ai profili e alla loro pulizia sono i giovani: il 38% della Generazione Z, contro il 17% della Generazione X. Forse un po’ a sorpresa i più precisetti sono gli uomini: sistema i social il 27% di loro, rispetto al 21% delle donne… Sarà che lasciano in giro più str***ate?

Vietati ma imprescindibili

Insomma, i social vengono trattati come ambienti troppo rischiosi per i ragazzi e la tendenza è quella di alzare l’età a cui è possibile frequentarli – anche noi abbiamo scritto dell’Australia e della Francia. Però la situazione è a dir poco paradossale, perché si rimanda l’accesso e la comprensione di qualcosa che potrebbe rivelarsi determinante anche nel mondo del lavoro… Non sarebbe allora meglio insegnare ai ragazzi come muoversi in questi ambienti e quali conseguenze – anche a lungo termine – infarcirli di parolacce e minc**ate?

La contraddizione è evidente: a quattordici anni il social sarebbe un luogo dal quale proteggerti; a ventiquattro diventa un ambiente che avresti dovuto imparare a presidiare, ripulire e rendere presentabile proprio come il cv. Infatti, non basta più non commettere errori sul lavoro: occorre non averne lasciati online. E chi ha imparato prima a gestire privacy, reputazione e permanenza dei contenuti va via più liscio. Tutti gli altri lo scopriranno al prossimo colloquio, ammesso che ci arrivino.

Occhio ai vostri diritti

C’è comunque un limite all’importanza che la “reputazione digitale” dovrebbe avere. Nel Codice di condotta delle agenzie per il lavoro approvato dal Garante della privacy (per quelle che vi aderiscono, naturalmente) vengono indicati come consultabili “prima dell’assunzione” soltanto canali di natura professionale (LinkedIn) e devono servire a verificare dati collegati alla competenza richiesta. Il limite è dato dal fatto che un account personale può svelare idee politiche, fede religiosa, salute, orientamento sessuale e situazione familiare: tutto ciò che deve restare fuori da un colloquio di lavoro. Il mercato dice che il profilo è un curriculum; il Garante ricorda che non dovrebbe diventare una “perquisa digitale”.

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