Per quanti sbatti ci sembra di affrontare ogni giorno e per quanto imbruttiti possiamo sembrare, noi Milanesi non riusciamo però a dominare la classifica degli Stressati d’Italia, dominata un po’ a sorpresa da Bologna. Restiamo – è vero – una delle metropoli più stressanti al mondo — ottava in una graduatoria internazionale sul “punteggio stress” urbano — ma a 200 chilometri da qui riescono addirittura a fare peggio. A dirlo è il Burnout Report 2025 di UnoBravo, il centro clinico di psicologia online più grande d’Europa.
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Se nell’immaginario comune Bologna è la città dei portici zen, delle tagliatelle, delle bici e degli eterni studenti, chi ci lavora la pensa evidentemente in maniera diversa, con oltre un professionista su tre che dichiara di aver sperimentato almeno una volta il burnout. Come la Turrita sia riuscita nell’impresa è difficile da credere: cioè, si ritrova più stressata di Milano senza neppure avere le altalene di ormoni delle Fashion Week, né le code anche per respirare del Fuorisalone.
A seguire Bologna e precedere Milano c’è poi Genova che, nonostante il mare, viaggia sempre coi nervi tesissimi, belìn… Secondo il report UnoBravo è la città con la quota più alta di lavoratori “frequentemente stressati”: il 60%. Da cosa non si sa, ma probabilmente il traffico da metropoli senza parcheggi, l’età media da assemblea condominiale e le salite che sembrano progettate da un personal trainer sadico regalano una patina di patema da podio.
La classifica delle città in burnout
Incrociando i dati su livelli di burnout, stress lavorativo e qualità della vita urbana, ecco una possibile classifica delle “città più sbatti”: quelle da evitare se state pensando di trasferirvi per cercare pace e serenità:
- Bologna
- Genova
- Milano
- Roma
- Torino
- Firenze
- Napoli
- Verona
- Padova
- Bari
Lavoratori italiani e stress
Insomma a unire l’Italia non è né la pizza, né la carbonara, né il ragù: è lo sbatti. Secondo UnoBravo, il 44% degli italiani si sente regolarmente stressato sul lavoro e quasi il 29% ha già vissuto un episodio di burnout vero e proprio. Le cause? Un film già visto: carichi di lavoro fuori controllo (“ti aggiungo solo una cosina…”, stipendi insufficienti (“ma è l’esperienza che ti porti a casa che conta…”), difficoltà di work-life balance e quella sensazione che ormai non ha confini, né nazioni: quella di sentirsi sempre reperibili, anche quando teoricamente si è “offline”.
E proprio per questo, forse, anche un po’ paradossalmente, Milano ha perso il primato nazionale: perché il milanese medio da mo’ che considera lo stress come parte dell’arredo urbano, insieme agli orologi dell’Ora Elettrica e alle fontanelle verdi. Le call su Teams fatte camminando, la fila per il poke fra le 13.07 e le 13.53, la convinzione che dormire più di sei ore sia un vizio incomprensibile… tutto questo noi qui lo respiriamo sin dall’asilo, quindi è un po’ come se avessimo qualche anticorpo in più.
La verità, probabilmente, è che noi abbiamo generato una tale quantità di stress che abbiamo dovuto esportarlo anche fuori dai confini regionali. Il nostro modello è molto chiaro: più la città corre, più gli abitanti arrancano. E così traffico, costo della vita e performance lavorative si shakerano in uno spritz tossico.
Sia chiaro: Milano continua a essere il place-to-be per lavoro e opportunità, il paradiso dei servizi e la Mecca della ricchezza prodotta. Però tutto questo ha il solito, piccolo effetto collaterale: l’esaurimento psicologico. È vero, abbiamo il coworking figo, il brunch con avocado toast e il delivery disponibile alle 3 di notte, ma in compenso lo smartwatch ci segnala livelli d’ansia belli peso.
La morale finale, insomma, è che Milano può pure smettere di sentirsi speciale almeno su una cosa: non è più la capitale assoluta dello stress italiano. E forse questa, per una volta, è l’unica notizia capace di rilassare davvero i milanesi.









