Più donne lavoratrici in Italia? Basta che anche gli uomini lavino i piatti, anche senza usare la spugnetta (se avete la lavastoviglie, potete imparare a caricarla) e senza rassettare la cucina (che pure non si pulisce da sola e qualcuno deve pure metterci le mani). L’importante è che lor signori non si sentano risolti appoggiando il piatto nel lavello e lasciando piegato il tovagliolo a fine pasto. La fata del detersivo non esiste più, è annegata fra la schiuma.
Non l’abbiamo letto in uno dei tanti blog contro il patriarcato, che rivendicano con orgoglio i peli selvaggi sotto le ascelle e sotto le mutande. No, qui la cosa è studiata da chi il cash lo fa girare: la Banca d’Italia! che a giugno ha pubblicato uno studio nella collana Temi di discussione da titolo pulito pulito come una passata di spugna: Can you do the dishes? Intra-household time use, labor supply and fertility. Ora, perché la Banca d’Italia pubblichi i suoi studi in inglese è un bel mistero, ma il senso è “Puoi lavare tu i piatti? Uso del tempo all’interno della famiglia, offerta di lavoro e fertilità”.
Dettagli dello studio
L’autore è l’economista Andrea Mattia, un bel ragazzone con un filo di barba e un cv spettacolare… mica una “pericolosa femminista” contro cui i leoni da tastiera si scagliano più volentieri! Attenzione: il suo è uno working paper, che vuol dire un lavoro di ricerca preliminare e le opinioni espresse non sono ancora assunte da Banca d’Italia come proprie. Ma diciamo – a chi sicuramente è pronto con qualche battutina caustica – che i suoi risultati sono belli precisi, pronti a rovinare la digestione a voi che ancora rompete le balle per portare fuori la spazzatura visto che “avete lavorato tutto il giorno”. Prendete quel sacchettino, non rompete i coglioni e leggete qua.
Mattia (cognome) usa i dati italiani dell’indagine Istat sull’uso del tempo relativi a tre anni: 2002, 2008 e 2013. Non ha sentito le mamme fuori da scuola, né i papà di rientro dal calcetto: i risultati arrivano da diari dettagliati nei quali le attività della giornata vengono annotate a intervalli di dieci minuti, su un campione di persone tra i 25 e i 63 anni. Ecco allora come funziona la spartizione di lavoro retribuito, faccende domestiche, cura dei figli e tempo libero in un Paese presunto civile.

I risultati (inquietanti)
Primo risultato – le donne lo sanno già ma molti uomini lo scopriranno ora con enorme stupore: nelle coppie il lavoro domestico resta profondamente squilibrato. Esatto: vostra moglie non è squilibrata di suo, esce pazza a doversi occupare di tutto mentre voi non alzate un dito! La differenza tra moglie e marito raggiunge circa le 33 ore alla settimana. Quando la donna non ha un lavoro, svolge in media 61 ore settimanali di lavoro domestico; quando lavora, arriva a 36… E no, le 25 ore in meno non sono coperte dal marito, che arriva ad appena tre ore e mezza: sono recuperate soprattutto nel tempo libero della donna, che si contrae mediamente di dieci ore, mentre quello del marito cambia poco. Non siamo imbruttite: siamo incazzate come dei puma.
Diciamo che Mattia ha realizzato la versione statistica di un fenomeno tristemente noto: quando uomo e donna lavorano, non sempre le faccende vengono divise equamente; più spesso vengono compresse, rinviate o svolte dalla donna a velocità doppia, possibilmente mentre risponde a una mail e controlla i compiti dei figli. Magari figlio di laureate o comunque di donne lavoratrici, l’uomo contemporaneo è una specie di babbeo senza iniziativa domestica. Non è (per forza) cattivo, ma aiuta solo se gli viene spiegato tutto: dove si trova il detersivo, come si accende l’elettrodomestico e il fatto che i calzini non vanno direttamente nella cesta, né il bucato direttamente sullo stendino.
Non ne parliamo poi quando ci sono i figli: la mamma aumenta infinitamente il lavoro domestico e quello di cura, mentre il tempo dedicato dal papà al lavoro retribuito cambia molto meno. È qui che la disuguaglianza familiare diventa anche una questione economica: se avere un figlio significa per una donna ridurre le ore lavorate, rinunciare a occasioni professionali o uscire dal mercato del lavoro, la maternità acquista un costo che gli uomini sostengono molto meno.

Il modello stima che lo squilibrio domestico abbia sull’occupazione femminile un effetto paragonabile a quello di un ulteriore divario salariale di genere del 50% rispetto a quello già incorporato nella simulazione e possa spiegare circa il 70% della cosiddetta child penalty, la penalizzazione lavorativa che colpisce le donne dopo la nascita del primo figlio. Non è quindi soltanto un problema di correttezza o di armonia coniugale. È una tassa sul lavoro femminile riscossa in calzini da raccogliere, appuntamenti pediatrici da organizzare e lavatrici da stendere.
Rispetto alla crisi della natalità, invece, il problema non è tanto dato dalla pessima distribuzione delle faccende domestiche ma dalla mancanza di servizi accessibili. Se gli uomini cominciano a dedicare più tempo alla casa e ai figli, infatti, aumenta anche per loro il costo opportunità di avere un bambino. La parità domestica può rendere il secondo figlio meno conveniente non soltanto per lei, ma anche per lui. Volete che ci siano più donne che lavorano e più bambini? Fate gli asili nido! A prezzi normali, intendiamo, non da boutique del pannolino.
E se invece la disparità non esistesse?
Mattia ha prodotto anche simulazione estrema, tipo mondo dei sogni: azzerato il divario salariale, eliminati i condizionamenti dei ruoli tradizionali, uguale contributo domestico dei partner, piena disponibilità dei nidi… e indovinate un po’ che succede? L’occupazione femminile passa dal 69 al 97% e la fertilità da 1,39 a 2,28 figli per donna. I nidi producono la maggior parte dell’aumento della fertilità, ma è la redistribuzione del lavoro domestico a spiegare circa due terzi dell’effetto sull’occupazione femminile.
La differenza tra Nord e Sud aiuta a capire il meccanismo. Nel Centro-Nord, dove l’offerta di servizi per l’infanzia è maggiore, dagli anni Novanta occupazione femminile e natalità hanno potuto muoversi nella stessa direzione. Nel Mezzogiorno, dove i nidi sono meno disponibili, il modello rileva invece una relazione ancora negativa: quando più donne lavorano aumenta il bisogno di servizi, ma se i servizi non arrivano la famiglia deve continuare a produrre internamente quasi tutta la cura. E sappiamo già a chi tocca il padulo.
Le ricerche precedenti raccontavano la stessa storia. Secondo l’Istat, nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano e la donna ha tra 25 e 44 anni, nel 2022-2023 il 61,6% del tempo complessivamente dedicato al lavoro familiare era ancora a carico femminile: 70% nel Mezzogiorno, 58,9% al Nord. E nel 2024, persino nei giorni festivi, le donne hanno avuto circa 40 minuti di tempo libero in meno degli uomini, dedicando alle attività domestiche una quota della giornata del 40,6%, contro il 28% maschile. Evidentemente anche il riposo domenicale viene distribuito secondo antiche specializzazioni produttive: passare lo straccio vs. stare svaccati sul divano con in mano diverse evoluzioni di telecomando.
L’Italia continua ad avere il più ampio divario occupazionale di genere dell’Unione europea (nel 2024 il 19,4%) ma per decenni l’Italia ha discusso di lavoro femminile come se milioni di donne si fossero scordate di andare in ufficio, in fabbrica o in negozio. La verità è che molte – secondo lo studio di Bankitalia – sono già occupate gratis fra cucina, bucato, figli e genitori anziani. La crescita economica, a quanto pare, passa anche da lì.
Attenzione: non basta passare equamente il mocio per risolvere questa fetta di problemi. Lo abbiamo detto: servono nidi, congedi condivisi e organizzazioni del lavoro meno costruite sul dipendente ideale che non ha figli, genitori anziani o una vita privata. Se però continuiamo ad avere per casa degli zombie convinti che le cose da fare siano solo dentro il computer e che i pavimenti li pulisca Mastrolindo allora non avremo proprio speranze contro il patriarcato. Con o senza i peli sotto le ascelle.









