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Solo il 5% degli italiani è felice in ufficio, e aumentano quelli che rifiutano il lavoro

Una recente indagine ha rilevato che sempre meno persone sono felici al lavoro e aumentano quelli che scelgono di mollare. Anche se poi se ne pentono.

Domanda. Voi che lavorate in ufficio, siete felici? Se avete risposto di sì, complimenti: fate parte di quella risicatissima percentuale (solo il 5%) di italiani felici della propria professione. A darci la lieta novella, un’indagine dell’osservatorio HR Innovation practice della School of management del Politecnico di Milano: in sostanza solo il 9% degli italiani afferma di stare bene al lavoro, considerando sia il benessere fisico che quello psicologico e relazionale. Ma scavando scavando, viene fuori che solo il 5% oggi è davvero felice al lavoro.

Insomma, siamo tristissimi, tanto che il 42% degli italiani ha recentemente mollato il lavoro o ha intenzione di farlo a breve. Motivo? La ricerca di benessere fisico e mentale (36%), ma anche la voglia di fare carriera e di avere una maggiore stabilità. Il problema è che dopo che abbiamo lasciato, ci pentiamo amaramente. Il 56% di chi ha cambiato lavoro negli ultimi 12 mesi, infatti, si è già pentito, +37% rispetto al 2023. Non si capisce più una sega.

A farci stare male è soprattutto l’incapacità di gestire vita lavorativa e vita privata, l’ormai noto work life balance: a confermarlo, l’aumento dei job creeper (13% contro 6%), cioè quelli che non riescono a smettere di lavorare manco quando potrebbero godersi il tempo libero. “Continua così la Great Resignation, ma anche il Great Regreat”, conclude il report. Ed è proprio questo malessere che porta sempre più persone, in fase di colloquio, a non accettare un lavoro.

Mi offri un lavoro? Anche no

Sta aumentando il tasso di rifiuti dei candidati alle proposte di lavoro in fase di selezione: più del 54%. Inoltre, il 17% delle aziende ha raccontatoto di neoassunti che hanno mollato dopo poco. “I più giovani fanno colloqui in maniera quasi compulsiva “e sono sempre alla ricerca di un lavoro dove stare meglio” ha spiegato il professor Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Hr Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano. “Chi fa parte della Gen Z non si preoccupa nemmeno di interrompere un percorso professionale durante la fase di induction, quella in cui si viene inseriti in azienda”. E poi ancora: “Sicuramente la Generazione Z appare come quella più inquieta, capace di rassegnare le dimissioni anche in fase di inserimento e sempre alla ricerca di qualcosa di meglio che consenta di avere dal lavoro maggiore soddisfazione, senza però sacrificare gli spazi privati. Se per un giovane boomer, una volta iniziato un determinato percorso di carriera il lavoro diventava una priorità assoluta, per la GenZ non è così, tant’è che i più giovani hanno un’opinione negativa di chi oggi sacrifica tutto per il lavoro“.

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