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Da Milano a Venezia in kayak, nove giorni in solitudine: intervista a Gabriele Arduini

Voi non imitatelo, a meno che non siate allenati. Il ragazzo è giovane, studia Comunicazione alla Statale, però è già rodato in avventure del genere. Insomma, non è un improvvisato.
1 Luglio 2026

Si chiama Gabriele Arduini ed è un pazzo. In senso buono, si intende. Uno di quelli che fa quelle robe assurde che ascolti con un misto di giudizio e invidia, con le chiappe ben salde sul divano.

“Whaaat? Milano-Venezia in kayak? Ma TUTTO BENE???”

Beh, pare che il Gabri, classe 2002, stia benone, anzi una favola. È che lui è fatto così: se gli gira di andare dalla Darsena di Milano fino alla laguna di Venezia in kayak, completamente da solo, per nove giorni e 500 chilometri in acqua, lui lo fa.

Voi non imitatelo, a meno che non siate allenati. Il ragazzo è giovane, studia Comunicazione alla Statale, però è già rodato in avventure del genere. Insomma, non è un improvvisato.

E potevamo noi non fargli una call per capire che cavolo gli fosse venuto in mente di fare ‘sto viaggio? Ovviamente no.

Allora, prima di tutto: perché? Cioè, come ti è venuta l’idea di farti la traversata Milano-Venezia in kayak?

Sono tornato dalla spedizione in Svezia a -30 gradi assetato di fare altro. Ho subito pensato di organizzare un’altra spedizione in Italia, in alta montagna, poi ho realizzato che in primavera le condizioni fanno abbastanza schifo: la neve si scioglie e si mischia al fango.

Allora ho pensato di sconvolgere il punto di vista e mi sono detto: “Se in alto non ci voglio stare, allora starò in basso, sul livello del mare”. Da lì è nata l’idea di navigare in kayak i principali corsi d’acqua del Nord Italia fino a Venezia.

Mi piace mettermi alla prova e buttarmi in cose nuove. Credo che il modo migliore per imparare sia fare. La montagna è il mio ambiente naturale, ma volevo sperimentare qualcosa di completamente diverso.

In kayak ci andavo da piccolo. Mi affascinava l’idea di collegare Milano e Venezia in autosufficienza via acqua. Quando ho scoperto che erano praticamente 500 chilometri esatti, ho pensato: perfetto, lo faccio.

Come si svolgevano le tue giornate?

Più o meno sempre allo stesso modo, ma con in mezzo mille imprevisti.

Mi svegliavo, facevo un po’ di mobilità per non zoppicare, preparavo colazione, smontavo il campo mentre ingerivo 2.000 kcal di porridge fatto da me (non lo consiglio a nessuno), filtravo qualche litro d’acqua del Po e caricavo tutto sul kayak.

Pagaiavo il più possibile, cercando di fare meno pause possibili. Facevo dai 50 ai 70 chilometri al giorno.

Mangiavo qualche snack durante tutta la giornata. La sera trovavo un posto dove accamparmi lungo la riva (preferivo le isole, anche se sono le più pericolose per via dell’innalzamento del livello dell’acqua), montavo il campo, cenavo con altre 2.000 kcal, facevo stretching e andavo a dormire. Semplice sulla carta, molto meno nella realtà.

Ma in che senso ti bevevi l’acqua del Po?

Sì, è vero. Essendo una spedizione autosufficiente non potevo portarmi dietro tutta l’acqua necessaria (sarebbero stati almeno 40 litri… dove li metti?). Quindi la raccoglievo direttamente dal Ticino per i primi chilometri e dal Po per i successivi 400. La filtravo con una borraccia filtrante prima di berla.

Funziona con carboni attivi, migliora il sapore dell’acqua e filtra il 99,9% dei virus e il 99,9999% dei batteri. Detto così fa impressione, ma è stata probabilmente la cosa meno estrema di tutta la spedizione.

Cosa mangiavi?

La regola era semplice: tante calorie e poco peso. Al mattino facevo una colazione enorme con una specie di porridge preparato con fiocchi d’avena, cioccolato fondente, latte in polvere, burro d’arachidi in polvere, proteine e… acqua del Po filtrata.

Durante la giornata mangiavo snack vari: carne essiccata fatta da me, barrette e cioccolato. La sera, invece, tortellini secchi da reidratare oppure pasti liofilizzati. In pratica: grande colazione, qualche spuntino in kayak e grande cena.

Come affrontavi la solitudine?

Onestamente, meglio del previsto. Stare da solo non mi pesa, anzi. La parte più difficile non è la solitudine in sé, ma affrontare eventuali problemi sapendo che puoi contare soltanto su te stesso.

Quando hai febbre, dolori o qualche imprevisto, essere da solo si sente di più. Per il resto, sono stato benissimo. Questa spedizione l’ho fatta proprio con l’obiettivo di stare da solo e capire cosa significa uscire dalla zona di comfort senza nessuno al tuo fianco.

Il mio amico con cui ho fatto la spedizione in Svezia mi ha chiesto di venire, ma gli ho detto di no. Anche se sarei stato felice di averlo con me, sapevo che questa era l’occasione giusta per buttarmi e farlo da solo. Cerco sempre di migliorarmi come persona e credo che si debba partire anche da scelte come questa.

Scusa eh… ma i bisogni dove li facevi?

Anche se in molti vogliono sentirsi dire che avevo creato un buco nel kayak sotto il seggiolino, in realtà i bisogni si fanno nella maniera più semplice e scontata possibile.

Trovi un posto adatto, fai quello che devi fare, sotterri tutto, metti salviette e fazzoletti in un sacchetto che ti porti dietro per tutta la spedizione e lasci l’ambiente pulito come l’hai trovato. Nessun segreto particolare.

E dove dormivi?

Dormivo lungo le rive o sulle isolette di sabbia. Cercavo zone tranquille, pianeggianti e possibilmente nascoste dalla vegetazione.

Quando pioveva ero costretto a montare la tenda. Le poche volte in cui il cielo era sereno, invece, dormivo direttamente all’addiaccio: sdraiato accanto al kayak a guardare le stelle.

Le isole erano le mie preferite: più privacy e meno probabilità di trovare qualcuno che passa a salutarti alle sei del mattino.

Quali sono stati gli sbatti più sbatti di questa avventura?

Senza dubbio il meteo. Mi sono preso una delle settimane peggiori dell’anno: giorni interi sotto acqua, vento e freddo.

Il problema non è soltanto bagnarsi, è che non riesci mai ad asciugare nulla. Pagaiavo per ore completamente zuppo, poi arrivavo la sera e dovevo comunque montare il campo sotto la pioggia. E il giorno dopo si ripartiva nelle stesse condizioni. Oltre che una sfida fisica, diventa una sfida mentale.

Il settimo giorno ho pagaiato per 50 chilometri mentre sbattevo i denti senza sosta. È la testa che devi convincere. Il corpo, alla fine, ce la fa.

Ma raccontaci qualcosa di te. Cosa fai nella tua vita… “normale”?

In realtà questa è la mia vita normale. Le spedizioni che faccio e ciò che racconto online non sono una parentesi strana, ma una parte della mia vita. Ho 23 anni e mi sto laureando in Comunicazione all’Università Statale di Milano.

Parallelamente lavoro sui social, raccontando spedizioni, uscite nella natura e la preparazione a queste avventure. Non ho una vera routine: ogni giornata è diversa. Ci sono periodi in cui preparo una spedizione per mesi tra allenamenti, field test, registrazioni video, editing e collaborazioni con i brand, e altri in cui mi dedico maggiormente agli altri miei progetti.

Sono sempre stato appassionato di tante cose diverse: sport, fotografia, video, droni e tecnologia. Oggi cerco semplicemente di unire tutte queste passioni in un unico lavoro, raccontando le mie avventure nel modo più autentico e trasparente possibile, senza pormi come un maestro, ma come una persona curiosa a cui piace condividere le proprie scoperte ed esperienze.

Comunque, se cerchi emozioni forti, guarda che anche la tangenziale alle 19 non è male eh…

Milano-Venezia in kayak, infatti, è la preparazione per la tangenziale delle 19.

Next stop?

Qualcosa di ancora più intenso. Per ora, però, è top secret.

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