A forza di raccontarci quanto siamo internazionali… che Milano è l’unica città veramente europea d’Italia… che lavorare qui ti prepara al resto del mondo… più di qualcuno alla fine ha preso la cosa alla lettera e, in dieci anni gli iscritti all’AIRE del Comune di Milano sono aumentati del 48,2%: in tutto 118.398 persone.
Attenzione: non significa che in dieci anni 118 mila milanesi abbiano chiuso il trolley, salutato Piazza Duomo e gli aperitivi e preso un volo di sola andata per Sarcazzi Land. L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero comprende chi trasferisce fuori dall’Italia la residenza per più di dodici mesi, ma anche cittadini italiani già nati all’estero o che hanno acquisito successivamente la cittadinanza. Quindi, per adesso, non parliamo di “fuga di massa”.
Identikit di chi se ne va
Certo, almeno un dato fa fare la ola al sopracciglio è semmai l’età di chi parte. L’aumento più forte fra i trasferimenti si registra infatti fra i 25 e i 34 anni: in generale, quella fase della vita in cui teoricamente dovresti aver finito l’università, trovato un lavoro, iniziato una carriera, lasciato definitivamente casa dei tuoi e magari cominciato a pensare a una famiglia o quantomeno a una coppia.
Teoricamente. Perché poi guardi gli affitti, gli stipendi, il prezzo di un bilocale e dici: ma sai che forse l’inverno di Berlino e la noia di Zurigo non sono poi così male?! Chiaro, non succede solo qua sotto le guglie del Duomo: nel 2025 dall’Italia sono partiti 109 mila cittadini, con un’età media di 34 anni, mentre ne sono tornati 56 mila, poco più della metà. Insomma, non stiamo perdendo soltanto pensionati innamorati delle Canarie e della Thailandia: se ne va soprattutto gente in piena età lavorativa (e riproduttiva).
Dove se ne vanno
Dalla Lombardia, in particolare, parte quasi un espatriato italiano su cinque. Le mete sono quelle che ci si aspetta: Spagna, Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia. Paesi nei quali, evidentemente, si riesce a trovare qualcosa che qui sembra sparito o in qualche modo inaccessibile: una carriera migliore senza essere figlio del capo, uno stipendio più alto senza fare per 10 anni straordinari non pagati, un’esperienza internazionale o anche “solo” una vita sostenibile, in cui non scegliere se andare al cinema o fare la spesa.
A onor del vero, i numeri registrati dall’AIRE negli ultimi anni hanno anche una ragione burocratica: dal 2024, infatti, lo Stato ha deciso che sarebbe stato carino sapere davvero dove abitano i propri cittadini. Quindi, chi vive stabilmente all’estero e non si iscrive al registro rischia multe fino a mille euro per ogni anno di omissione. Così, improvvisamente, molti italiani all’estero hanno ricordato di essere italiani.
Quindi diciamo che sì, i connazionali all’estero aumentano ma non tutti hanno preso l’aereo ieri: una parte viveva già fuori e ha semplicemente capito che ignorare l’anagrafe poteva diventare costoso. A volte, per migliorare le statistiche, basta minacciare una multa.
Milano, abbiamo un problema
Certo, Milano qualche domanda deve farsela, visto che sarebbe (sarebbe) la città che più di tutte in Italia potrebbe attrarre talenti e lanciare carriere, e invece deve preoccuparsi di convincere i giovani a restare. Il Comune sembra averlo capito e quest’estate ha lanciato “scegliMI”, contributo fino a 2.400 euro destinato agli under 35 che lavorano in città ma spendono una quota troppo alta del proprio reddito per l’affitto. Obiettivo? “Favorire la permanenza” a Milano della forza lavoro più attiva.
Naturalmente, non è che chi parte lo faccia solo perché non riesce a pagarsi un bilocale sui Navigli. Si parte per mille altri motivi: opportunità di carriera (specialmente accademica), stipendi, relazioni, curiosità, qualità della vita generale… Perché se quando esci di casa trovi solo 100 locali e nessun servizio, ti va bene finché cazzeggi da studente ma poi ne paghi il prezzo qualche anno dopo.
Comunque, la coincidenza resta interessante. Da una parte, Milano continua a essere la calamita italiana per studenti, laureati, professionisti e lavoratori. Dall’altra, deve inventarsi contributi pubblici per evitare che una parte di loro, una volta arrivata in Centrale o a Linate, continui il viaggio.
In effetti, da un certo punto di vista, quella Milano che se la mena come città europea ha ragione: un sacco di ragazzi diplomati nelle sue scuole, laureati nelle sue università e rodati nelle sue aziende, a un certo punto fanno puff e proseguono direttamente per Londra, Berlino, Madrid o Zurigo.









