Le immagini degli scontri a Milano, delle vetrine distrutte e delle tensioni nelle piazze stanno facendo discutere parecchio. Ma da dove arriva tutta questa rabbia? E soprattutto, cosa ci sta dicendo sui giovani di oggi?
A provare a dare una risposta è Paolo Crepet, psichiatra, educatore e saggista, che in un’intervista a La Stampa offre una lettura del disagio giovanile che va oltre gli episodi di violenza. Perché se è vero che spaccare vetrine e saccheggiare negozi non è esattamente un modo costruttivo per far sentire la propria voce, fermarsi alle immagini degli scontri rischia di farci perdere di vista tutto il resto.
E Crepet, tra le altre cose, mette sul tavolo una questione che farà discutere parecchi genitori: forse dovremmo cominciare a lasciare un po’ più in pace i nostri figli.
Perché i giovani sono così incazzati?
Secondo Crepet, quello che stiamo vedendo è anche il risultato di una dinamica sociale che si ripete da decenni, soprattutto nelle famiglie con una storia migratoria.
«La prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché», spiega lo psichiatra. Chi arriva in un nuovo Paese per lavorare tende ad adattarsi, mentre i figli cresciuti lì, che magari non trovano le stesse opportunità, iniziano a mettere in discussione il proprio posto nella società.
«Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno?», sono le domande che, secondo Crepet, finiscono per porsi tanti ragazzi.
E non è soltanto una questione di povertà eh. C’entrano anche le disuguaglianze, le aspettative e il bisogno di sentirsi parte di una società che, almeno sulla carta, dovrebbe offrire a tutti le stesse possibilità.
Questo, naturalmente, non significa mettere sullo stesso piano chi manifesta pacificamente e chi approfitta dei cortei per spaccare vetrine e saccheggiare negozi, ci mancherebbe.
Il paradosso delle sneakers
A proposito di saccheggi, Crepet fa una riflessione interessante sul valore che attribuiamo agli oggetti.
Chi assalta un negozio per portarsi a casa un paio di scarpe costose, osserva, non sta necessariamente cercando di cambiare il mondo. Ma siamo stati noi, con la nostra cultura del consumo, a trasformare una sneaker in una specie di oggetto del desiderio, qualcosa che sembra definire chi sei e quanto vali.
E poi c’è un altro bel paradosso. Da una parte contestiamo un sistema economico in cui la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, dall’altra continuiamo ad alimentarlo con le nostre abitudini quotidiane.
«Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti», osserva Crepet.
Insomma, anche la lotta di classe nell’era del capitalismo digitale si è fatta parecchio complicata.
E secondo lo psichiatra le forme di protesta potrebbero passare anche da scelte molto concrete, come rinunciare al fast fashion o rifiutarsi di utilizzare servizi che si ritengono basati sullo sfruttamento dei lavoratori. Meno slogan e più coerenza nelle scelte di tutti i giorni, per capirci.
«Io protesterei contro la chat dei genitori»
Ed eccoci alla parte che probabilmente farà drizzare le antenne a parecchie mamme e papà.
Paolo Crepet dice di stare dalla parte dei ragazzi, ma questo non significa giustificare qualsiasi loro comportamento. Anzi, il punto è proprio che dovremmo cominciare a considerarli persone capaci di pensare, scegliere e assumersi delle responsabilità.
«O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee», sostiene.
E se i ragazzi occupano una scuola perché vogliono cambiarla, forse sarebbe il caso di chiedere direttamente a loro come vorrebbero farlo, invece di decidere sempre tutto dall’alto.
Poi arriva la provocazione: «Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola».
E qui, diciamocelo, qualche genitore imbruttito potrebbe già essere pronto a scendere in piazza. Magari non per abolire la chat di classe, ma almeno per silenziarla definitivamente.
Battute a parte, il ragionamento di Crepet riguarda il rapporto tra adulti e adolescenti. Secondo lo psichiatra, oggi esiste una sorta di complicità tra scuola e famiglia che rischia di proteggere i ragazzi da qualsiasi difficoltà, lasciando loro sempre meno autonomia.
«Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome», spiega.
E questo vale anche quando decidono di manifestare. Devono poter andare in piazza, certo, ma assumendosi le proprie responsabilità. Se la situazione degenera, ci si allontana e la volta successiva si cerca un modo diverso per farsi sentire.
I social ci hanno abituati a tutto, anche all’orrore
C’è poi un altro aspetto su cui Paolo Crepet invita a riflettere: il rapporto tra giovani, social network e violenza.
Pensate a quello che succede ogni volta che apriamo Instagram o TikTok. Nel giro di pochi secondi passiamo dal video di un gattino alle immagini di una tragedia, da un gol della domenica a una notizia terribile. E poi magari torniamo a guardare qualcuno che prepara una carbonara.
«Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato», osserva Crepet.
Un continuo bombardamento di contenuti ed emozioni che, nella sua lettura, finisce per appiattire tutto, rendendo sempre più difficile attribuire il giusto peso a quello che vediamo.
Ed è proprio da qui che arriva la riflessione forse più amara dell’intervista.
Secondo Crepet, persino il nero che caratterizza l’abbigliamento di tanti giovani rispecchierebbe simbolicamente una profonda mancanza di gioia.
«Si aspettavano più libertà e più diritti. Non li hanno avuti».
Una lettura forte, sulla quale si può anche non essere d’accordo, soprattutto quando si prova a interpretare un’intera generazione attraverso il suo modo di vestire. Ma il tema delle aspettative tradite resta.
Perché al di là delle vetrine spaccate, delle polemiche e delle immagini che rimbalzano sui social, c’è una domanda che forse meriterebbe un po’ più di attenzione: quanto stiamo ascoltando i giovani, prima ancora di pretendere di avere tutte le risposte per loro?









